Il dato certo è che i dirigenti del Milan appaiono molto meno preoccupati dei tifosi, dopo il deferimento annunciato dall’Uefa alla camera arbitrale per nuovi problemi legati al fair play finanziario sul triennio che si è chiuso con il bilancio al 30 giugno 2018. Anche il direttore dell’area sport Paolo Maldini ha sottolineato a Sportmediaset come il club abbia “tante armi” per far valere le proprie ragioni davanti alla federazione europea, eppure già una volta i tifosi hanno dovuto subire lo shock di una esclusione dalle coppe (poi reintegrata dal Tas) sulla base di scostamenti di bilancio eccessivi nei 3 anni conclusi con il 30 giugno 2017. 

Che cosa è cambiato, allora? È cambiato che si è aggiunta nello scanner dell’Uefa la stagione 2017/18 quella chiusa con un rosso di 126 milioni di euro, quella del “passiamo alle cose formali” di Fassone&Mirabelli, che tanto hanno fatto sognare i tifosi ma che, con risorse impegnate per oltre 200 milioni in campagna acquisti, hanno poi finito per pesare come scogli sui numeri rossoneri. 

L’Uefa dopo aver sanzionato il Milan per il triennio 14-17 adesso lo deferisce per quello ‘15-18. Non sarà la prima guerra mondiale per Elliott, ma si apre comunque una fase di battaglia silenziosa con Nyon. Il monitoraggio europeo dei conti si effettua sulla base dei deficit registrati in un triennio e quello che salta all’occhio è che tra 14-17 e 15-18 ci sono due anni che si accavallano. Tra l’altro stagioni che sono già state sanzionate nel dicembre scorso per il Milan (pareggio di bilancio nel 2021, 12 milioni di multa e rosa limitata in Europa League), seppur siano ancora sospese in attesa di giudizio al Tas di Losanna. Allora è forse utile fare un passo avanti e domandarsi cosa succederebbe se il Milan venisse ulteriormente condannato, andando ad accavallare una nuova sanzione a una già esistente, perlomeno sul biennio 15-17: “la società potrebbe avere una sponda facile nel sottolineare come questa sanzione prenda spunto e riferimento da anni che sono già stati oggetto di penalità e quindi violando il principio giuridico del ne bis in idem, cioè non è possibile condannare due volte per lo stesso reato” è il commento dell’Avv. Alberto Ziliani, esperto di diritto dello sport. 

Se i rossoneri venissero condannati ulteriormente potrebbero fare ricorso al Tas, dove tra l’altro hanno già un altro giudizio pendente. A quel punto sarebbe abbastanza automatico da parte del collegio arbitrale considerare se la nuova sanzione della camera giudicante Uefa sia stata comminata sulla base di valutazioni che, almeno in parte, già comprendevano il giudizio precedente. Quindi è vero che in Via Aldo Rossi la prossima eventuale partecipazione alle coppe sia a rischio, ma ci sono tante variabili da tenere a mente e discreto margine di diritto da parte del Milan per far valere le proprie ragioni, a partire dalla nuova proprietà Elliott che, a oggi, non ha ancora approvato un bilancio totalmente sotto la sua gestione.  Certo che fanno abbastanza sorridere le parole del presidente Ceferin a caldo dopo la rielezione di qualche mese fa: “Vogliamo riformare il Fair Play finanziario per creare nuovi equilibri in Europa. Vogliamo garantire che ogni club possa sfruttare tutto il proprio potenziale”.

Si è spesso detto che le nuove proprietà godano di crediti da parte dell’Uefa nelle fasi iniziali della propria gestione eppure Elliott ha ricevuto il primo cartellino giallo dopo nemmeno 9 mesi dall’insediamento. Allora forse bisognerebbe rileggere con occhi diversi le considerazioni di Zvonimir Boban, vicesegretario Fifa che negli stessi giorni sosteneva: "Se non si pongono dei correttivi al sistema del Fair Play finanziario Inter e Milan faranno fatica a rimettersi al passo. Pur essendo giusto vigilare sulla salute dei club, le norme che impongono il pareggio di bilancio non possono impedire a nuovi imprenditori di fare ingenti investimenti. E mi sembra che Inter e Milan e altri club siano in questa condizione”. Alla luce dei nuovi sviluppi probabilmente Boban ci stava anticipando un tema, certamente una considerazione di merito. Probabilmente anche sulla base di questa sponda Maldini si è spinto a dire che “non permettere a una società sana, senza debiti, di investire e tornare grande è anticostituzionale e verrebbe fuori in qualsiasi tribunale civile”. Parole che difficilmente potranno aver fatto piacere a Nyon, perché la via del tribunale civile non appare comunque facile da praticare. Impugnare il lodo Tas significherebbe finire di fronte a un tribunale svizzero ma i casi ammissibili sono rari e, comunque, percorrere questa via sarebbe come sconfessare il patto latente di giustizia ed equità sportiva su cui si basa tutto l’architrave del fair play Uefa. A questo punto “Il Milan probabilmente si giocherà la carta della proprietà solida che ha azzerato i debiti e prenderà le distanze dai 126 milioni di rosso dell’ultimo bilancio” sottolinea l’Avv. Ziliani, che prosegue “è altrettanto vero che non sono d’aiuto le spese effettuate a gennaio che non sembrano andare in direzione di una politica volta al pareggio di bilancio”. Le spese sono i 70 milioni impegnati per portare a San Siro Piatek e Paquetà che, per inciso, hanno dato un contributo fondamentale a Gattuso nel picchettarlo in zona Champions, pur con tutti i preoccupanti scricchiolii delle ultime settimane. Ma il bilancio di questa stagione è comunque improntato al rosso profondo. Aggravato dall’errore Higuain, rossonero controvoglia, ma costato 9 milioni di prestito più altri 9 circa al lordo di stipendio, il tutto in sei mesi anonimi. 

Poi si pone l’eterna questione di principio. Il FFP si fonda sull’assunto che le società debbano autosostentarsi e trovare un equilibrio tra spese e ricavi, senza ricorrere ad aumenti di capitale della proprietà se non trovano coperture adeguate sul fronte delle entrate. Per aumentare le entrate, tuttavia, è necessario vincere o qualificarsi alla Champions League dove è difficile arrivare se prima non si effettuano investimenti anche in deficit per migliorare la rosa. Insomma, il gatto che si morde la coda in un potenziale circolo vizioso che potrebbe non concludersi mai. Chi vince continua a vincere perché ha più risorse da impiegare, gli altri rischiano di accumulare uno svantaggio competitivo difficile poi da colmare.
Un Milan che tenda al pareggio di bilancio al 2021 già da oggi, come imposto dall’Uefa, è un Milan che dovrebbe vendere più che comprare. In panchina, a quel punto, potrebbe mettere l’ex mister spendig review ed economista Carlo Cottarelli più che Rino Gattuso. E certamente non dovrebbe impegnare 70 milioni tra Paquetà e Piatek o magari altri 35 per il riscatto dello sbocciato Bakayoko, se considerassimo rigidamente che nel bilancio 2017/18 il rosso da 126 milioni è stato la metà dei ricavi complessivi di 256 milioni e anche la previsione di questa stagione è comunque fuori dai paletti Uefa.
Insomma, come già scritto a dicembre ai tempi del primo verdetto, la vera tagliola per il Milan è il pareggio di bilancio al 2021 e forse anche in quell’ottica, a gennaio, i dirigenti hanno deciso di liberarsi di Higuain prima che il suo peso a bilancio diventasse un fardello insostenibile rispetto anche alle prestazioni. La qualificazione in Champions garantirebbe oltre 40 milioni sicuri più un’altra piccola fetta derivante dai risultati di girone (ogni vittoria da questo triennio vale 2,7 milioni, praticamente il doppio del ciclo precedente) e sarebbe un’ottima aspirina, ma non aprirebbe certo all’ipotesi di un mercato libero da impedimenti. Maldini e Leonardo dovranno lavorare come sarti sulle cessioni, guardando ai giocatori con ammortamento residuo più basso o pressochè nullo e valore contestualmente più elevato. Vedi Suso, Cutrone, Donnarumma, per dirne alcuni. Oppure a quelli diventati apparentemente meno funzionali al progetto tecnico, ma con un buon valore di mercato: Kessie potrebbe essere tra gli indiziati.

Per il nuovo contenzioso Uefa la società fa quindi filtrare un cauto ottimismo e la nuova sanzione potrebbe arrivare nel giro di un paio di mesi. A Champions agguantata, oppure no. 

Le diplomazie sono al lavoro, anche se alcune frasi di Paolo Maldini hanno dato l’impressione di preparare il terreno all’assalto dei fanti, piuttosto che a quello degli sherpa.