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La Lazio finalmente capisce il senso profondo del duetto di parole: rosa corta. Molto bello che a fine partita, quando un insolito oramai sapore di sconfitta si fa vivo sul palato dei tifosi, l'inquadratura indugi su Tare e su Immobile, i due peggiori in campo della partita. Il primo ora forse si sta pentendo di aver dotato Inzaghi di così pochi giocatori. Il secondo ha fallito due palle-gol facili facili che avrebbero incrementato il doppio vantaggio della Lazio. Mi viene da puntare il dito, mi viene da maledire, mi viene da chiedermi cosa stesse guardando Strakosha sul gol di Palomino o Acerbi sull'angolo concesso - leggi regalato - prima del pareggio dell'Atalanta. Ma poi ci penso bene: in questo momento non bisogna recriminare. Questa era la partita più difficile, dopo questa lunga sosta. La Lazio se l'è messa alle spalle. Ma questa inedita formula stretta del campionato, asfittica, con il caldo e i tanti cambi e le partite una dopo l'altra deve far riflettere ancora una sulla grandiosa opera di Simone Inzaghi. E sulle colpe di chi doveva aiutarlo. 

IL VERO COLPEVOLE - In questo momento, lo so, in molti avete pensato alla bile, a quel saporaccio: essere rimontati così fa male, lo sa bene proprio la Dea che di rimonte ne sa qualcosa. Questa partita deve aprire ad una seria riflessione: ora serve il miglior Inzaghi, i pit-stop devono essere perfetti, i cambi calibrati al millimetro. Le gambe dopo poco più di 1 ora non rispondevano più, e sarà così forse almeno per le prossime 3-4 partite. Ma se si guarda indietro, che vede, Inzaghi? Che ha, in panchina?

I CAMBI CHE NON CI SONO - Bisogna abituarsi al fiato corto, ai big che faticano. E bisognerebbe avere i cambi: mi fa male vedere l'Atalanta con i cambi giusti, buoni. Fa entrare Castagne, fa entrare Ilicic. La Lazio ha cambiato seriamente il solo Correa con Caicedo: il resto è stato un'accozzaglia rimediata un po' da dopolavoro. André Anderson ha stoffa - mi è piaciuto - ma non può essere il suo anno, Lukaku non è nei piani di Inzaghi da almeno 2 anni e si capisce perché. E a centrocampo, oltre al povero Parolo, c'è un nulla cosmico. E la cosa grave la sapete? Lo sapevamo. Lo sapevano. Uscire dall'Europa League apposta, come candidamente ammesso, ok, va bene, possiamo accettarlo anche se un tifoso non può mai accettare di perdere con consapevolezza. Ma qualcuno dovrà spiegarci questo poraccismo di rosa. Perché ora rischiamo di pagarla carissima. Ma mi fermo con la bile, non voglio pagare anche io lo scotto di una partita amara e dura da mandare giù. Mi fermo, fatelo pure voi. Altrimenti siamo noi i veri colpevoli. Nessuno pensava sarebbe stato facile, niente è perduto, è solo l'inizio. Non dimentichiamo che l'Atalanta, questa squadra così tonica, che ha il doppio dei nostri minuti nelle gambe, dopo averci battuto sono ancora 8 punti sotto. E gli altri, che esultavano sguaiati, ridotti all'ombra di una società e di una squadra e di una tifoseria, appesi ad offerte e sull'orlo di un bilancio abissale, sono qualcosa come 14 punti sotto. Una distanza abissale, costruita dalla squadra della prima mezz'ora. Ricominciamo dalla prossima, a contare sui soliti. E sulla questione Juventus: non era questa la partita o la giornata per accorciare. Ricominciamo dalla prossima, e dal primo tempo di Bergamo. Di Tare, Lotito, la rosa, la coperta, Strakosha e i suoi difetti, di Keita e i suoi tweet imboscata, ok lo sfogo, ok la rabbia, ma riparliamone a fine stagione. Non facciamoci fregare, non trasciniamoci giù, non rompiamo tutto. Altrimenti i veri colpevole diventiamo noi.