Commenta per primo

Lo chiamavano Simone Inzaghi. Come segue le partite Inzaghi? Toglie subito la giacca, come se fosse un impiccio, elegante, perfettamente consona, ma un impiccio, quasi fosse un fratino, qualcosa che non consente il giusto movimento. Già, movimento: lessico di Inzaghi, ad ogni movimento in campo corrisponde l’esortazione, l’applauso, la totale e totalizzante partecipazione. Altro termine tecnico da associare ad Inzaghi: esortazione.

Ad ogni respiro dei suoi giocatori in campo, ad ogni scatto, un urlo, secco, veloce, come se fossero la precisa continuazione delle sue braccia, delle sue gambe. Ad indicazione corrisponde reazione, ed un corpo morto si ritrova fuori dal sepolcro, come ad un invisibile, ma deciso, alzati. O alla romana, daje, la fine di un volo a planare: anche Filippo, dalla tribuna, esulta, tira pugni, un ok dato al fratello in campo. Simone, Inzaghi che si scompone, perché Paredes poco prima simula vistosamente, e lui allora, con Paredes, si fa pignolo, preciso, e discute su una punizione, sull'esatta posizione del pallone. Patric anticipa, e lui indica in avanti, statuario. Ai fischi per Paredes, ex Roma, reo di eccessiva simulazione su un tocco di Keita,  corrispondono cori, e cori, e cori per Simone Inzaghi. E applausi, di Simone Inzaghi, alla sua gente, ai suoi ragazzi. Alza le braccia, chiama la difesa sui calci piazzati, si avvicina quasi alla linea dei difensori, ne accompagna le marcature: è la partita di Simone Inzaghi, uno dei gradini per giocarsi riconferma, per salvare la sua umanità, quella variegata e delusa da una stagione sbilenca, persa.

Lui può: la sua Lazio ha preso qualche piccolo superpotere, abbastanza per avere qualche stimolo, qualche speranza, applausi, urla di Inzaghi. Uomo, chiama Inzaghi. Tutti insieme: non è una Lazio signora, è aggressiva, spinta, forte. Hoedt cambia gioco, Inzaghi lo accompagna, è il suo credo, cambio gioco veloce, subito, dove non c’è spazio a destra, ci sarà a sinistra, e allora se non lo fa Biglia, lo fa Hoedt. E si infilano Lulic, Candreva, Keita, altro che sembra un supereroe del doppio passo, un superman della finta. E mentre ci si interroga dove fossero, questi superpoteri, qualche settimana fa, dove fossero questi scatti mentali,forse invischiati da qualche invisibile kryptonite, Inzaghi tutto questo non lo sa, si porta a casa la seconda vittoria. Sa solo che la Lazio gioca, segna, fa la voce del padrone, scatta sopra i cieli di Roma come fosse un supereroe che la città eterna non ha mai avuto, che la tifoseria biancoceleste non vede da tempo. E lo stadio, quando si riprende la giacca, a fine partita, lo chiama, forte. Simone inzaghi, lo chiamavano Simone Inzaghi.