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di Xavier Jacobelli

Anche se l'aritmetica non ha ancora emesso il suo verdetto, anche se Leonardo e l'Inter fanno benissimo a non mollare, dopo il colpo di Brescia il Milan protende le mani verso lo scudetto sapendo che il suo avversario più pericoloso è proprio il Milan. Soltanto i rossoneri, infatti, possono perdere un titolo che stringono in pugno con merito assoluto. Senza Nesta, Ibrahimovic, Pato, Gattuso e Ambrosini, la capolista ha colto al Rigamonti la vittoria che più le premeva. E l'ha fatto a spese di un'avversaria tanto tosta quanto orgogliosa, rotolata sul baratro della B perchè non ci si può salvare lasciando Caracciolo senza una spalla degna di questo nome e perchè il divario tecnico fra la penultima e la prima è abissale, come testimoniano la classifica, il gioco, la qualità degli interpreti.

Allegri ha fatto i calcoli: 4 punti nelle ultime 4 partite sono sufficienti per diventare campione d'Italia al primo anno intero sulla panchina rossonera, l'impresa che riuscì a Sacchi, Capello e Zaccheroni. A proposito: quella formidabile parata di Abbiati allo scadere, sul bolide di Diamanti ha ricordato la strepitosa risposta dello stesso portiere a Bucchi, stadio Renato Curi di Perugia, stagione '98-'99, Milan di Zac scudettato in rimonta sulla Lazio, grazie a sette vittorie nelle ultime sette partite.

Allegri ha costruito questa squadra con un pragmatismo e una duttilità tattica che impressionano. Ha inventato Boateng trequartista e il ghanese l'ha ripagato con una stagione mozzafiato.  Ha consacrato Thiago Silva difensore centrale di livello mondiale. Ha gestito l'immanente presenza di Ibrahimovic e le intemperanze caratteriali del gigante, con la saggezza consumata di un vecchio marpione, anche se il successore di Leonardo ha soltanto 43 anni. Ha protetto Pato dalle reprimende dei veterani quando questi accusavano il fenomeno sudamericano di scarsa dedizione alla causa comune. Ha avuto la pazienza di aspettare che Cassano guadagnasse la condizione migliore, dopo due mesi di inattività genovese, ottenendo in cambio la metamorfosi di un solista che badava prima di tutto a se stesso ad un campione votatosi alla squadra con l'umiltà del novizio. Ha allenato così bene Robinho da perdonargli gli errori commessi sotto rete, direttamente proporzionali alla classe del brasiliano, cioè straripanti.

Eppure, proprio Robinho, a Brescia, ha firmato il gol che può valere lo scudetto. E' un altro però, il merito più grande di Allegri: avere dimostrato a Berlusconi che si sbagliava su Ronaldinho, dal Cavaliere ufficialmente proclamato "il più forte giocatore di tutti i tempi, un titolare inamovibile, un campione che concluderà la sua carriera nel Milan" (Berlusconi dixit, Milanello, 20 luglio 2010).  Ecco, Allegri ha cominciato a vincere la sua partita quando ha costretto il Primo Rossonero a scaricare il brasiliano per manifesta incapacità di tornare il fenomeno rimirato a Barcellona e di mandare a memoria la cultura del lavoro e del sacrificio insegnata dal livornese ogni giorno a Milanello. Tutto il resto è stato la conseguenza di questa parte. Complimenti, signor Allegri.