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Una serata da incubo. La Juventus del nulla e della presunzione crolla sotto i colpi del Milan distinto dalla silenziosa operosità maldiniana. Andrea Agnelli e il cugino John Elkann osservano dalla tribuna il disastro. Le espressioni dei loro sguardi sono eloquenti. Ne parlerà, poi, anche Lapo con frasi di fuoco. Non solo per la strampalata ed imbelle brigata bianconera, ma per la stessa società si è ripetuto in scala proporzionale ciò che accadde a Napoleone Bonaparte alla fine della battaglia di Waterloo. La resa dei conti.

Gentile presidente, perdoni la ruvida franchezza e la interpreti nella maniera corretta. Non come un attacco portato a lei da un fuoco amico, ma come un suggerimento da parte di chi alla Juventus e anche alla Famiglia che l’ha creata e fin qui preservata ha dedicato molto tempo della sua vita professionale e anche non. Con suo zio Gianni e con suo padre Umberto ci fu sempre un rapporto diretto seppure talvolta contrastato. Con suo fratello Giovanni Alberto e soprattutto con suo cugino Edoardo fu autentica e disinteressata amicizia. La Juventus faceva da collante.

Vorrei partire proprio da questo punto e cioè dal cognome che lei porta. Lei che è rimasto l’ultimo ed unico Agnelli della dinastia la cui griffe araldica deve pur significare qualcosa non solo formalmente. Mi sento in dovere di rammentarle un episodio che lei, forse, conoscerà per sentito dire perché all’epoca non era ancora nato. Era la fine del 1970 e la Juventus, da qualche tempo, si barcamenava senza né capo e né coda con grande dispiacere dell’Avvocato il quale aveva affidato la presidenza formale della società all’onorevole Vittore Catella, esponente del Partito Liberale che usava il simbolo come strumento elettorale. “Per una una Juve più bella vota Catella” , era la parola d’ordine. Gianni Agnelli comprese molto in fretta di aver commesso un errore madornale e, prima ancora della fine dell’ultima stagione ricca di ombre e di pochissimi lampi, telefonò di mattina presto come il suo solito a casa Boniperti. Poche parole ma dal significato importante: “Giampiero carissimo, fammi il piacere pensaci tu”. Non si trattava di una preghiera, ma di un ordine. Una collaborazione a dir poco formidabile che durò per la bellezza di diciannove alcuni dei quali ebbe la fortuna di viverli anche lei, gentile presidente.

Ora la notte delle streghe è passata e l’augurio è che le abbia portato consiglio per poter valutare a accettare ciò che, in modo brusco ma onesto, provo a suggerirle a nome di tutta la grande comunità bianconera. Presidente Andrea Agnelli, è arrivato il tempo che lei faccia un passo indietro e che, per il bene della società e il buon nome della squadra, si metta da parte pur rimanendo operativo sul piano finanziario e su quello dinastico dopo aver ammesso con serena onestà gli errori da lei commessi e, in primis, di essersi fidato di consiglieri e di collaboratori non all’altezza del ruolo. Non vi è nulla di male nel denunciare le proprie mancanze. Anzi, è dimostrazione di saggezza. Soltanto gli sciocchi e i presuntosi non cambiano mai idea. Dunque alzi il telefono e, per esempio, chiami Lippi per dirgli: “Marcello, per cortesia, pensaci tu”. Questo prima che siano altri della sua famiglia, ma non Agnelli, a comunicarle che deve andarsene.