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L'abisso in una lettera: Serie D. L'ennesima tappa di un calvario senza fine per un club storico del nostro calcio, il Livorno. Retrocesso, senza appello, dopo aver chiuso il campionato all'ultimo posto nel Girone A di Serie C. Sceso tra i dilettanti, a scontare le sue pene. E con un fallimento alle porte, solo da certificare. E’ stata una lenta discesa agli inferi, con due retrocessioni di fila: l'anno scorso il Livorno era ultimo in Serie B, all'inizio di questa stagione si parlava addirittura di un ritorno in cadetteria. Nel 2013 l'ultima apparizione in Serie A. 

Otto anni fa, non otto secoli. Addirittura dal 2004 al 2007 il Livorno visse i suoi anni d'oro, stagioni vissute sull’onda, da ricordare: l’8° posto ottenuto grazie all'effetto Donadoni (subentrato a Colomba), cil 9° l'anno successivo (Donadoni e Mazzone), che si tramutò - era l'anno di Calciopoli - in un 6° posto con storica qualificazione alla Coppa Uefa
. Il triennio da favola si chiuse con un’altra salvezza anticipata e l’11° posto nel 2006-07 (Arrigoni e poi Orsi in panchina). Era la squadra che si riconosceva nel suo alfiere, il condottiero, l’uomo del popolo: Cristiano Lucarelli, centravanti senza macchia e senza paura, l'uomo che rispose con il sentimento (Tenetevi il miliardo, come da autobiografia scritta nel 2004 con Carlo Pallavicino) alle offerte economiche di chi lo voleva altrove. 

Erano giorni in cui il popolo amaranto conquistava le prime pagine dei giornali, con migliaia di livornesi che si presentarono a San Siro per una sfida contro il Milan sfoggiando una bandana, per prendere per i fondelli Berlusconi, che quel capo l’aveva usato tutta l'estate. Nell’orgoglio del fascino proletario si identificava un’intera città. C’erano l’amatissimo Igor Protti e Fabio Galante, c’era Stefano Morrone, indomito mediano. C’era il portiere Marco Amelia - che questa retrocessione l'ha vissuta da tecnico - che una sera di coppa a Belgrado - contro il Partizan - abbandonò la propria porta e partì all'avventura, salendo fino all'area avversaria, per staccare di testa e segnare un gol memorabile. Il Picchi era pieno e il cuore dei livornesi batteva a ritmo alternato per le fughe sulla fascia di David Balleri e per i tentativi, non tutti riusciti, del brasiliano Paulinho. 
E’ stato un anno cominciato male e finito peggio, condizionato dalla pandemia, vissuto sempre sul filo del baratro. I debiti, la messa in mora, i giocatori senza stipendi, il -5 e poi il -3 di penalizzazione, la gestione scellerata di una società (Aldo Spinelli e un gruppo di soci imprenditori) dai contorni sempre poco chiari. Ci sono campionati che sono segnati dalla malasorte fin dall’inizio. E’ stata un'agonia. In questi giorni la squadra verrà smantellata, tutti svincolati, i giocatori, tutti via gratis. Si parla di azionariato popolare, o comunque di una cordata locale pronta a investire qualche soldo. Forse c’è del vero, forse sono soltanto sogni di mezza estate. Intanto i livornesi scendono in piazza per manifestare. I ragazzi della Curva Nord hanno già individuato il primo responsabile del crollo, il nemico storico, Aldo Spinelli, che in estate aveva ceduto la proprietà a un gruppo di imprenditori guidato da Rosettano Navarra. Gli imputano di essersi circondato di una banda di avventurieri da operetta, di avere - addirittura - pianificato la retrocessione. 

Il Livorno - fondato nel 1921 (che beffa la retrocessione in D nell'anno del centenario) - già una volta era fallito. Esattamente trent’anni fa, quando fui costretto a ripartire addirittura dall’Eccellenza. Due anni e due promozioni dopo il Livorno era già in C2, ne passarono sei - di stagioni - per ritrovare la C1. La storia si ripete, la speranza dei livornesi è di tornare dov’erano partiti, per poter ricominciare a scrivere pagine di calcio degne di una storia lunga un secolo.