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  • Lo sapevate che il calciomercato è nato nella vasca da bagno di un hotel?

    Lo sapevate che il calciomercato è nato nella vasca da bagno di un hotel?

    • Raimonda Lanza
     Mi toccherà ballare è il libro di Ottavia Casagrande Raimonda Lanza di Trabia, figlia del Pincipe Raimondi, presidente del Palermo mezzo secolo fa che di fatto ha inventatò il calciomercato.
    Di seguito un brano del libro: 
    "Sono padrone di un uomo!" gridò, balzando fuori dalla vasca. Bagnato com'era, si avventò su Gipo e lo abbracciò'. Dalla gioia si mise a ballare, stringendolo forte. Gipo  era Giuseppe Viani, l'allenatore  che nel dopoguerra rivoluzionò il calcio, introducendo il ruolo del libero. In quegli anni  allenava la squadra  del Palermo.  Aveva sempre consigliato a Raimondo ottimi giocatori, da Bronée a Sukru, ma si era opposto a quell’acquisto. Raimondo, dal canto suo, si  era ostinato e avevo concluso l'affare. ""Ma che ce ne facciamo? Alla squadra non serve"' obiettò sconcertato l'allenatore, mentre  volteggiava abbracciato al suo presidente nudo. Gipo non era stranito dalla tenuta del suo interlocutore. Oramai si era abituato  al modo stravagante con cui Raimondo conduceva le trattative: immerso nella vasca da bagno di una suite dell'Hotel Gallia di Milano, con un bricco di caffè  da una parte e un immenso crème caramel dall’altra, riceveva i presidenti delle altre squadre, trattava, cedeva, scambiava. Aveva  così " inventato " il calciomercato, tenendolo a battesimo nella  vasca da bagno e rendendo imprescindibile per qualsiasi presidente l’appuntamento al Gallia.

    Negli anni Gipo aveva imparato ad apprezzare la sottigliezze psicologica  che sottendeva a questo comportamento ben più di un semplice semplice vezzo: serviva a  spiazzare l’avversario. Inoltre, al netto delle  stranezze, riconosceva a Raimondo un notevole fiuto nello scovare giocatori di razza ed  era lusingato dall’attenzione che prestava  ai suoi suggerimenti. Per tutte queste ragioni, quell'acquisto azzardato gli riusciva ancora più incomprensibile. "Palleggia come nessuno," fu la semplice spiegazione.
    "Se tu non  sai che fartene, lo metterò a palleggiare in giardino."
    E così fu. Raimondo lo portò a Terre Rosie, dove, dalla sua finestra, lo osservava allenarsi in giardino. Ogni tanto lo invitava in casa e il povero giocatore doveva fare il giro dei saloni, palleggiando tra arazzi e candelabri,  senza colpirli e senza mai far  cadere la palla. Raimondo divenne popolare con il Palermo calcio. Sembrava che la squadra  fosse sua,  sebbene in realtà ne  fosse a capo un gruppetto di aristocratici e lui  fosse solo il direttore sportivo. Quando si trattò di siglare il contratto per i finanziamenti firmò in piccolissimo in fondo alla pagina, nella speranza, al momento di sborsare, di  essere dimenticato. Il presidente  che portò  la squadra in  serie a fu Stefano La Motta.
    Raimondo  assunse la presidenza ad interim alla morte dell'amico.
    Dopo la disgrazia  decise che, in omaggio a  Stefano, il Palermo doveva vincere lo scudetto  a tutti costi. Un giorno, con questa idea in testa, andò a  colazione con Gianni Agnel1i. Naturalmente finirono a parlare di calcio e Raimondo lanciò la sfida alla Juventus. Gianni, sussiegoso come  al solito, si limitò a sorridere e  scommise dieci a  uno che il Palermo non avrebbe vinto il campionato. Raimondo frugò nelle tasche e mise in palio tutto ciò che aveva: un biglietto da diecimila lire. Poi si alzò e corse a telefonare alla posta per mandare alla segreteria della squadra il seguente telegramma: CASO VITTORIA DEL CAMPIONATO ASSICURO AI GIOCATORI PREMIO STRAORDINARIO DI DIECI  MILIONI.
    Per vincere occorreva riorganizzare non solo la squadra ma anche la gestione generale della società, che versava nel caos più completo. Raimondo pensò subito a Gerlando Miccichè, un ragazzo brillante e preparato, protetto di nonna Giulia. Tentò di coinvolgerlo nell’amministrazione, Gerlando non ne voleva sapere. Come una bella donna ritrosa si ostinava a negarsi. Raimondo pensò allora di conquistarlo proprio come se fosse una bella donna. Nel cuore della notte  andava sotto le sue finestre a fargli una serenata. Strombazzava  con il clacson e cantava: Miccichè, devi stare con  me! Miccichè, ho bisogno di te! Non riuscì però nel suo intento.
    Concentrò allora i suoi sforzi sulla costruzione della squadra che avrebbe portato il Palermo allo scudetto.  Raimondo era abituato a condurre la campagna acquisti negli ultimi giorni  d'estate, poco prima della chiusura delle liste di trasferimento.
    Quell'anno aspettò fino all’ultimo momento. poco prima della chiusura delle liste, quasi alla mezzanotte sempre immerso nella  vasca da bagno dell’Hotel Gallia si attaccò al telefono e diffuse informazioni totalmente  infondate e  clamorosamente fuorvianti  sugli sviluppi  della campagna di trasferimento. Le false notizie si diffusero a macchia d’olio gettando lo scompiglio in tutti i club calcistici d’Italia. Parlò di cifre iperboliche, sparigliò i conti, imbrogliò le carte, blocco le vendite, compromise accordi, cacciò nel sacco persino i faccendieri della peggior specie e concluse ottimi affari. A forza di intercomunali convulse mise insieme la squadra,  costruendola pezzo  per pezzo. Come al fantacalcio.
    Infine per vincere lo scudetto  mancava solo un tocco di magia, un po’ di scaramanzia e molta fortuna. Nella sede della squadra in via Emerico Amari, circolava un ragazzino muto. Raimondo lo prese a benvolere e il ragazzino gli si affezionò. Cominciò a seguirlo ovunque, adorante. Raimondo lo elesse a mascotte: portava buono, diceva. Lo invitava in tribuna, agli allenamenti, persino a pranzo con i presidenti delle altre squadre. Lo aveva sempre accanto quando la domenica, per seguire meglio la partita si sedeva sul prato a bordo campo, dal lato delle gradinate. Oppure quando comprava il biglietto e saliva sugli spalti a guardare la sua squadra. Tifoso anonimo tra i tifosi dello stadio.
    Ma neppure quell'anno il Palermo  vinse lo scudetto.  E forse, considerato quel telegramma, per Raimondo fu un  bene.
    Quanto alla vicenda del giocatore personale di Raimondo, la storia si perde nella leggenda. Le varianti sono discordanti sull’identità del giocatore. C'è chi giura che si trattava di Enrique  Martegani, attaccante argentino, e chi scommetteva su Gegé Fuin, centrocampista dall'impareggiabile palleggio.
    L’unica  cosa certa è che,  alla morte di Raimondo, mia madre ereditò il giocatore.
    La storia era a tal punto strampalata che Garinei  e Giovannini vi si ispirarono per una delle loro commedie musicali, La  padrona di Raggio di Luna. Cambiarono i nomi, ma  la"padrona" di Raggio di Luna - chiunque egli fosse - era mia madre, Olga Villi.

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