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Venticinque milioni di euro. Questo il costo complessivo per la costruzione dell’Ospedale in Fiera Milano. Questo l’inizio dei tormenti per la giunta Fontana. Un ospedale che doveva fare invidia a Wuhan con 500 posti letto, poi diventati 200 e alla fine chiuso (ora riaperto per la seconda ondata) con all’attivo la bellezza di 13 ricoveri accertati. Un mostro ospedaliero di 25 mila metri quadrati che, all’inaugurazione della vergogna (no mascherine, assembramenti, baci e abbracci), vantava la bellezza di 53 posti letto, che sarebbero diventati poi 157, quasi tutti inutilizzati. La cifra fece paura a tal punto da costringere Fontana, Salvini e tutto il “Pirellone” a specificare come, di quei 25 milioni, neanche un euro fosse del contribuente, aprendo di fatto la crepa giudiziaria nei confronti di Fontana. Non tanto per la cifra in sé, a Milano ci sono molte fondazioni pronte a sostenere progetti “know-how”, quanto per i materiali da fornire a questo spaziale ospedale. Camici, mascherine e macchinari. Letti, lenzuola e mobili. Un potpourri di esigenze che innescheranno un giro di interessi economici vertiginoso.

Luglio 2020. L’evoluzione della vicenda porta a svariate scoperte: da quelle penalmente rilevanti e quindi perseguibili a quelle irrilevanti penalmente ma sensibili all’opinione pubblica politica. Mettendo ordine nell’impasto, Fontana nel mese di luglio viene ufficialmente indagato e accusato di aver stilato un affidamento diretto di una commessa alla Dama Spa, benché la società non avesse firmato il «Patto di integrità» anti-conflitti di interesse. La richiesta fu di 75mila camici e 7 mila set sanitari. Il pagamento pattuito pari 513 mila euro. La Dama Spa, come emergerà in seguito - in primis per una inchiesta firmata da Report - è di proprietà del cognato di Attilio Fontana, Andrea Dini; la moglie di Fontana, Roberta, possiede il 10 per cento delle azioni. Per tentare di sminuire la situazione Andrea Dini rinunciò al pagamento dei 49 mila camici e dei 7 mila set già consegnati fino a quel momento: «Come anticipato per le vie brevi, la presente per comunicare che abbiamo deciso di trasformare il contratto di fornitura in donazione». A chiederlo a Dini era stato lo stesso Fontana, in un colloquio a voce di cui però esisterebbe un indiretto riferimento scritto. Fontana paventava quelle che riteneva essere possibili interpretazioni malevole del nesso tra parentela e commessa.
Ottobre 2020. Lo scandalo dei camici che fino a quel momento aveva sollevato solo relativamente i timori dei protagonisti, diventa più ampio. Ancora “Report” infatti, con non poca grazia ma illuminante capacità, scopre una presunta (fino a prova contraria) rete di potere che da anni avvolgerebbe la Regione Lombardia: appalti truccati, nomine pilotate, conflitti di interesse della famiglia di Fontana, infiltrazioni della ‘ndrangheta. E persino presunte consulenze di sua figlia avvocato, Maria Cristina, assegnate dall’Asst Nord Milano. “Vogliono colpire la Lega e la Lombardia” si difende ora Fontana, che minaccia di querelare Report. Una difesa striminzita ma che appare, per conoscenza politica dei personaggi, l’ennesimo tentativo di rintanare un reato “personale” all’interno del partito. In sostanza, difendere la propria persona mettendo davanti lo scudo del partito quando, verosimilmente, all’interno di esso vi sono individui che nulla hanno a che fare con il presunto scandalo. Una modalità comunicativa che ricorda molto Silvio Berlusconi. “I magistrati comunisti vogliono infangare me e Forza Italia”. Sembrerebbe un copione, ma sono passati quasi vent’anni da queste parole di B. Parole che oggi Fontana prova a far sue.