Commenta per primo

C’è un enorme monologo di Al Pacino nell’Avvocato del Diavolo che fa l’apologia sull’importanza dell’arrivare senza fanfare, senza aspettative e senza crearle perché una delle caratteristiche della grandezza è la sorpresa: significa aver avuto pazienza, strategia, organizzazione, cioè serietà. Se c’è stato un arrivo così è stato quello della prima Roma dell’era dibenedettiana: tre minuti e spicci per scendere dal pullman, sparire nell’albergo e tutto lì. Diciotto e trentadue circa. E dietro uno sfondo da Giorgione (il pittore non Chinaglia) temporale, pioggia, e poche persone. Il primo passo della Roma è stato veramente come quello del “bambino” raccontato da DiBenedetto nella sua conferenza romana di presentazione. Metteteci sempre la pioggia, una polemica per i diritti delle immagini televisive nata proprio all’ultimo (ce li hanno Roma Channel e Sky e basta) che ha intasato l’ingresso dell’albergo, un black out di qualche minuto in parecchi hotel della zona attorno all’ora di cena e avrete la dimensione dell’arrivo a Brunico della Roma 2011/2012. E’ un modo di procedere di questa Roma. Per gradi, secondo chiare indicazioni, resistendo alla voglia adolescenziale di dire tutto e subito, sapendo bene cosa si sta facendo, per cosa lo si sta facendo. Vale anche per il mercato. Il no alla Tessera del Tifoso detto alla Roma è esattamente un altro arrivo di questo tipo. Chi sa, sapeva, e dopo averlo fatto è stato detto: «La Roma non ha chiesto nessuna autorizzazione all’Osservatorio, la Roma ha studiato e ponderato e ha preso la sua decisione comunicandola agli organi competenti» le parole di Daniele Lo Monaco. Nuova comunicazione As Roma in tutti i sensi. Il No alla Tessera del tifoso è un grandissimo gesto romanista, vale la corsa di Mazzone sotto al settore atalantino, ogni urlo di De Rossi e i sorrisetti di chi ha già visto tutto di TottiIl No alla Tessera è soprattutto un sì ai tifosi anche a quelli che già oggi si prenderanno Brunico. Il No alla tessera è insito nelle stesse famiglie che hanno prenotato, che stanno arrivando, che vengono da Cremona (c’è un signore, Alfonso, che giocava con Losi da ragazzino), dall’Umbria, da un paese vicino a quello di Sabatini, di tanti altri che la tessera non ce l’hanno ma che in ritiro ci vanno (oddio! Maroni potrebbe prenderlo come un suggerimento, qualcosa di abominevole come la tessera del tifoso in ritiro). In questa Roma non di partito, le tessere non ce le ha nessuno. Non ce le hanno nemmeno i giocatori che sembrano già consapevoli di stare per iniziare un’avventura da capo. Questo è il messaggio principale che la società sta mandando. C’è chi ha già capito che si tratta della scalata più bella, difficile ed entusiasmante che possa esserci (vale le montagne disegnate di qui: perfette e profonde, quadri del pittore che preferite). C’è chi ancora ha delle perplessità. Ma tutti, tutti i giocatori che sono arrivati ieri a Brunico con un pullman giallo che sa di maggiolino matto di una volta e di questa Roma che ha deciso di partire per la rivoluzione, hanno capito di che pasta è fatto Luis Enrique: è matto. Nel senso – ovvio, ovvio, ovvio, - più bello e popolare possibile. Luis Enrique ha dato già un’impronta ai suoi giocatori semplicemente presentandosi. Ce lo ha in faccia il progetto tattico, ce lo ha sin dentro ai muscoli tirati e negli occhi che sono spilli (chissà perché si mette sempre gli occhiali neri...?). Luis Enrique ha conquistato Totti e ha conquistato praticamente tutti. C’è attesa per il primo vero allenamento di stamattina alle 10.30, bissato nel pomeriggio dopo la conferenza stampa delle 12.30 (probabile che il primo a parlare sia il campione del Mondo, Simone Perrotta). In Spagna giurano che sono uno spettacolo di fatica. Leggi meglio: lavoro. E se Menez si è sempre un po’ nascosto dietro le cuffione (ma i capelli ha deciso di farseli ricrescere, e pare un buon segno) e Juan pure, Borriello si è fatto avanti con l’abbronzatura, il Capitano – visto che gioca spesso sulla luna – ha fatto il suo primo passo con le scarpe blu da marziano, Daniele De Rossi è entrato per ultimo nell’albergo (perché? Che è una copertina dei Beatles da decifrare?...) Luis Enrique dalle cazzutissime asturie è l’unico che ha fatto eco agli incitamenti di prammatica e da gioco degli astanti (praticamente tutti giornalisti) con “un vai vai” che è diventato – e già non era vamos – un “Daje Roma”. Tempo trequattro ore e ci aggiungerà un altro daje. Indice di quanto si sia calato nella realtà, anzi, meglio di quanto lo voglia fare. Ci sta riuscendo. E mentre c’è chi ne sta per uscire (Pradè a Roma, lo hanno raccontato in lacrime a salutare la squadra) c’è chi ci deve ancora entrare: nella lista delle stanze c’è una ics (x) accanto al nome di Brighi, e un’altra accanto a quella di Curci: presto diventeranno i nomi di Bojan e José Angel. Così come presto Lobont potrebbe ritrovarsi con un altro compagno da Bertagnoli destinato ad andarsene al Lecce e ad essere sostituito con Kameni. Almeno per ora. Di Casemiro o altro parlerà Sabatini. Ieri non c’era ma è come se ci fosse e non solo perché l’autista del pullman tutto matto – della pazzia rivoluzionaria e sana di Luis Enrique e di una società che dice no alla tessera del tifoso – si chiama Walter: perché questa è già un po’ roba sua. Sabatini intanto arriverà mercoledì. Un altro arrivo in differita. Sa sempre un po’ da Beat generation: lui proviene da quella razza lì. Se Baldini è il Don Chisciotte dei direttori generali, lui è il Kerouac dei diesse: ti fa venire voglia di riprendere a fumare. Oggi fumeranno i giocatori in campo, anche perché è prevista pioggia. Col sudore fa vapore. Ieri, giusto per citare il menù, i giocatori a cena per prepararsi sono andati a letto dopo aver mangiato un risotto alla parmigiana, il petto di pollo, filetto, insalata e frutta. Prost, che sarebbe salute e il nome di un hotel dove dentro c’è una maglia della Roma campione 1983. Se la metteva pure De Rossi quand’era ragazzino. Ieri è entrato per ultimo in albergo. D’altronde se vale la storia di arrivare piano piano, uno come lui non può che tirare la logica il più possibile. Ovviamente è solo un caso, però ti ha lasciato il tempo di pensare che il papà adesso allenerà il resto della Roma. E che oggi per Daniele è il giorno più bello. Tanti auguri Roma mia.