Non è stato il primo e non sarà l’ultimo, però finire nell’ Albo oscuro di quelli che con l’antico sistema delle scatole cinesi e dei paradisi fiscali trovano il modo di “essere pagati al nero” non è bello. Parliamo di Roberto Mancini, del labirintico e carsico percorso dei suoi stipendi al Manchester City, definiti come “consulenze”, o “attività immobiliari”. Scriviamo “pagati al nero” perché i diretti interessati, cioè il Manchester City e l’attuale c.t. dell’ Italia, si rifiutano di rispondere, anche tramite portavoce o, sarebbe meglio, avvocati.

Il tragitto dei soldi per pagare l’allenatore Mancini è assai tortuoso, come rivelano l’ “Espresso” e il “Consorzio Giornalistico Internazionale” (tra cui il tedesco “Der Spiegel”) di cui il settimanale italiano fa parte, basandosi sui documenti di Football Leaks. In sostanza, una triangolazione di versamenti che passano da una società immobiliare, denominata Adug, ad una piccola società calcistica con sede ad Abu Dhabi e da qui ad un’altra società situata nel paradiso fiscale di Mauritius, per finire  su  un conto corrente della Banca Popolare di Ancona. Si tratta di pagamenti che in totale assommano a circa 2 milioni e 200 mila sterline.

Altri pagamenti per “consulenze”, transitano con le stesse triangolazioni, nei conti della Italy International Services, operativa a Roma dal 2011 e intestata alla fiduciaria Fidor, rappresentata dall’ avvocato Silvia Fortini, da qualche mese moglie di Mancini. Il Manchester City non compare mai e nemmeno l’allenatore italiano (citato solo come socio): sigle, società che versano soldi ad altre società per “servizi di consulenze relative a questioni calcistiche, di marketing, di pubblicità, di strategie commerciali”. Per tutti i consigli commerciali di Mancini la squadretta di Abu Dhabi  è disposta a pagare 9 milioni di sterline: una parte iniziale, il resto in tranches di trimestrali nell’ arco di 2 anni.
Un affaire che mette in imbarazzo anche il nuovo Presidente della F.I.G.C. Gravina, il quale si affretta a dichiarare che Mancini non l’ha scelto lui, ma lo difende “perché è il C.T. della Nazionale, quindi il suo allenatore”.

Ora,  è vero che Mancini sembrerebbe adatto a ricoprire anche ruoli manageriali, per come si propone, come appare, come argomenta con pacata proprietà, ma più che dietro a tabelle “strategiche” di marketing lo vedremmo intento a ideare schemi tattici: strategie calcistiche piuttosto che merceologiche. 

La domanda, che non va rivolta solo a lui bensì a buona parte del mondo non solo sportivo: ma i soldi son sempre così pochi da non bastare mai? Perché la tentazione di averne sempre di più, anche in modo poco trasparente, ha la meglio? Certo, si potrebbe dire che, in questo caso, ci hanno guadagnato tutti. Non solo Mancini, anche il City, non nuovo ai tortuosi giri di denaro che partono e passano dalle casseforti dello sceicco Mansour bin Zayed al-Nahyan.
Il motivo? E’ presto detto. Si tratterebbe di aggirare il fair play finanziario nel quale rientrano i costi per l’attività calcistica, gli stipendi dei calciatori e degli allenatori. Nello stesso fair play non rientrano, invece, altre spese, come ad esempio quelle per il potenziamento del marketing o per lo sviluppo di progetti immobiliari. Guarda caso, i pagamenti del Manchester City prima di finire ad Abu Dhabi entrano nella società Adug, che si occupa tra l’altro, di progetti immobiliari. 
Da lì poi partono i soldi per l’ingegnere o l’ architetto Mancini.