“Tu che vuoi sapere che distanza ha, il palo della porta dalla libertà, trovata prima di te”. Parole di Federico Fiumani, leader dello storico gruppo rock fiorentino Diaframma nella canzone di 27 anni fa “Il Portiere”. Mauro Boerchio e Giacomo Ratto sono due portieri e continuano a trovare la loro libertà parando a ogni latitudine del mondo.

Un paio di guanti, un mappamondo ben in vista e il passaporto sempre in tasca. Il primo ha appena firmato con l’Ulaanbaatar City Fc, in Mongolia, ma ha giocato persino a Vanuatu, arcipelago situato a 1750 km a est dall’Australia. Il secondo sta valutando una serie di proposte, ma nel suo curriculum risultano esperienze a Panama, Nicaragua, Zimbabwe, Isole Fiji e Mongolia anche per lui. Due storie che non si possono definire parallele solo per il fatto che si incontrano:  “alle Fiji, in occasione della Champions d’Oceania 2014/15, fase a gironi. Io giocavo nell’Amicale Fc e lui nel Suva”, racconta Mauro. Quel giorno vinse la sua squadra  3-2 ma si consolidò l’amicizia con Giacomo.
 
Da Conte alla Mongolia Mauro Boerchio nel 2008/09 faceva parte della rosa del Bari che, sotto la guida di Antonio Conte, centrò la promozione in serie A. Pur non scendendo mai in campo ha avuto modo di respirare l’aria del calcio che conta: “Un anno che porto nel cuore, mi sono trovato da Dio. Conte? Si vedeva che avrebbe avuto una gran carriera, aveva già una mentalità da vincente. Maniacale in tutti gli aspetti, non si rilassava mai, nemmeno a campionato vinto: lui pensava a fare il record”. La carriera non decolla e lui, dopo un’esperienza in D al Verbano e due presenza in Lega Pro a Savona, parla con Marco Banchini, allenatore della provincia di Pavia come lui: “Allenava a Vanuatu e lo avevo conosciuto tramite Bigica, che era tecnico del Vigevano”. Accordo fatto, ma deve dirlo alla fidanzata: “Come prima cosa abbiamo guardato sulla cartina per scoprire dove fosse, poi lei mi ha detto di andare e di godermi l’esperienza”.

Mauro vince il campionato locale, ma l’obiettivo di vincere la Champions d’Oceania sfuma, nonostante una partita in particolare, “quella d’esordio contro il Western United: ho fatto tre parate decisive che hanno contribuito all’1-0 finale”. Rimane l’esperienza incredibile: “Mi sono trovato benissimo: hai a che fare con persone che non hanno nulla ma sorridono sempre. Puoi trovare anche 5-6 mila spettatori a seguire le partite, il tifo non è rumoroso ma c’è passione, soprattutto per il calcio inglese. Livello tecnico? Paragonabile a una nostra serie D”. Capita anche di andare in trasferta e dormire tutti insieme: vengono così a contatto culture molto differenti, come quando “in 30 ci trovammo a stare in una stanza di un college: alcuni compagni di squadra delle Isole Salomone alle 5.30 di mattina erano già in piedi ascoltando musica, mentre noi europei siamo soliti prendercela con più calma. Non è stato facile ambientarsi ma la circostanza ci legò molto”. Dopo due stagioni all’Amicale, a novembre 2016 va al Gzira United, campionato maltese (“più simile a noi, come stile di vita e clima”).

Pochi giorni fa la firma per l’Ulaanbaatar City Fc, una delle squadre della capitale mongola: “Quello mongolo è un movimento calcistico in crescita, ho sensazioni positive. Il campionato inizia ad aprile. Il calcio mongolo sta crescendo anno dopo anno grazie all’arrivo di tecnici stranieri. Ho molta voglia, soprattutto di conoscere i nuovi compagni. Con me verrà un altro italiano, Federico Zini”. E la fidanzata? “Lei mi raggiunge a giugno”.

Il portiere dei quattro mondi. La porta dell’Ulaanbaatar City Fc non è sconosciuta affatto a Giacomo Ratto, 30 anni, di Varese. L’ha difesa fino a qualche mese fa e ha consigliato l’esperienza all’amico. Le cose per lui andavano bene ma qualche problema con il visto e qualche promessa non mantenuta hanno reso inevitabile il suo ritorno in Italia: “Gli stipendi li ho sempre ricevuti. Nel mio contratto c’era vitto e alloggio e i soldi del vitto arrivavano a intermittenza. Il presidente è dovuto venire a casa e di fronte al frigo vuoto si è reso conto che forse avevo ragione”.
Un rapporto non idilliaco quello con la società, ma Giacomo parla di “un’esperienza molto positiva dal punto di vista calcistico, sul campo”. Quando va via i compagni mongoli gli fanno una sorpresa: “mi hanno fatto dei regali, nulla di eclatante ma hanno voluto testimoniarmi il loro affetto”. Arriva in Mongolia tramite De Jong, (allora) tecnico olandese dell’Ulaanbaatar City Fc, conosciuto ai tempi in cui allenava in Sudafrica (“ è un posto che mi ha sempre attratto, lo avevo sentito per sapere se c’era possibilità di giocare lì e aveva trovato interessanti il mio curriculum e i video che gli avevo inviato”).

È la passione il filo conduttore delle due storie: fare del calcio il proprio lavoro ma anche un pretesto per esplorare posti impensati: “Se non poteva essere in Italia, dove non ho avuto una carriera tra i professionisti, doveva essere all’estero”. Dopo alcune esperienze in Svizzera, cantone italiano, l’idea Malta: “Ho contattato Mario Muscat, storico portiere della nazionale: ho visto che aveva una scuola portieri e ho pensato potesse avere i giusti agganci, gli ho mandato il materiale e dopo due mesi mi ha contattato, perché serviva un portiere”.

Finisce al Victoria Wanderers e ci resta fino a ottobre 2013, quando lo chiamano dal Tauro Fc, Panama: “Ci arrivo dopo aver contattato il preparatore dei portieri via Facebook. La stessa persona però poi voleva lucrare su di me, ragione per cui a giugno 2014 sono andato via, nonostante mi trovassi bene con compagni e dirigenza”. Da Panama al Nicaragua: fino a dicembre 2015 Giacomo difende i pali dell’Unan Managua, club dell’università locale. L’approdo avviene tramite un agente nicaraguense, “consigliato da un giornalista del posto”. Il calcio lì “è abbastanza seguito anche se lo sport principale fino a qualche tempo fa era il baseball. Tecnicamente c’è un buon livello ma devono crescere in termini di fisicità”. All’esordio partita da sogno contro il Walter Ferretti: para di tutto.
E poi le Isole Fiji, cinque mesi al Suva: “Fisicamente lì sono degli animali, non smettono mai di correre”. Aria pulita, passeggiate rigeneranti sul lungomare di Suva ma può capitare anche di trovarsi a “dormire su un materasso particolarmente scomodo per terra”. Capita quando l’allenatore porta la squadra in un camp, perché abituato così dalla sua esperienza in America: “Per i ragazzi del posto era anche una cosa normale se consideriamo che guadagnano pochissimo rispetto a noi stranieri”. Lui invece qualcosa è riuscito a mettere da parte negli anni (“non tantissimo”). Nello Zimbabwe, dove resta un mese a febbraio 2016, i compagni di squadra gli chiedono di portargli maglie e guanti quando tornerà. “Ti credono ricchissimo solo perché sei europeo”. Un’esperienza che finisce sul nascere per problemi con il visto e con l’allenatore, che gli preferiva un suo amico.

Oggi Giacomo Ratto attende una chiamata. Ha contatti con due club in Islanda (“sarei disposto a fermarmi a  vivere lì anche 3-4 anni”), ma sta parlando anche con un club della Repubblica Dominicana e uno di serie A montenegrina.

Mauro e Giacomo vivono con la valigia pronta. Pur di trovare la loro libertà, quella di vedere un pallone rotolare nelle proprie giornate, con lo stesso trasporto dei bambini che escono da scuola e con i grembiuli costruiscono le porte. E comunque la Champions è sempre la Champions, in tutti i continenti.