71

Basta scorrere la carriera di Massimiliano Mirabelli per capire che la gavetta, quella vera, se l'è fatta sul serio. Prima di fare il giro del mondo e volare in Argentina a studiare Lautaro Martinez - per dirne uno - è stato dirigente in tutte le categorie dalla Promozione in su. Spesso e volentieri conquistando promozioni. Nei primi anni 2000 avere Mirabelli in società era sinonimo di successo, e dopo tanta esperienza ha preso il volo per Milano: prima Inter, dov'è stato capo osservatore, poi Milan, dove ha ricoperto il ruolo di direttore sportivo e responsabile dell'area tecnica. Oggi è in cerca del progetto giusto, ma a 51 anni ha lo stesso entusiasmo di chi inizia a fare questo lavoro. Curiosità, trattative e retroscena, Mirabelli ci svela tutto nella nostra intervista.

Prima di diventare dirigente è stato anche un ex difensore.
"E' vero... A 16 anni ho debuttato in Serie C, ma dopo dieci anni mi sono reso conto che non avrei avuto una carriera importante da giocatore e così ho iniziato a fare un altro lavoro. Così a 26 ani ho smesso di fare il calciatore, ma già prima avevo iniziato a studiare squadre e giocatori. Quando ero in C col Crotone ricordo che Vrenna mi parlava di un progetto col quale voleva salire in B, e ora è arrivato addirittura in Serie A. 

Qual è stata la soddisfazione più grande da dirigente?
"Nella mia carriera ho cambiato tante squadre perché non mi sono mai accontentato, sentivo sempre la voglia di conquistarmi categorie sul campo. Dopo tanta gavetta, la soddisfazione più grande è stata aver lavorato in due grandi club come Inter e Milan".

Come vede il derby?
"E' un campionato strano, ma sono orgoglioso che in una partita importante come questa sia da una parte che dall'altra ci sia anche un po' del mio lavoro. Tra i nerazzurri ho scoperto Brozovic e Perisic, dall'altra parte stanno andando avanti con le basi che abbiamo lasciato noi: da Donnarumma a Calhanoglu, passando per Romagnoli, Calabria e Kessie. In più c'è Ibra che sta andando benissimo".

Come scoprì Brozovic e Perisic?​
""Li ho scoperti andando a vederli sui campi con l'obiettivo di anticipare i tempi. Quando li abbiamo presi non c'era nessuno su di loro, non si conoscevano. E vederli ancora in nerazzurro oggi è un risultato che mi rende orgoglioso, come sono felice di vedere che sono rimaste le basi della rete scouting che avevo costruito io. Avevamo un server dove inserivamo tanti giocatori, tra i quali alcuni allora sconosciuti e oggi diventati campioni come Lukaku, de Vrij e Lautaro, che andai a vedere io stesso in Argentina".

E' vero che voleva portare Gabriel Jesus a Milano?
"E' sempre stato un mio pallino. Un giorno decisi di andarlo a vedere da vicino al centro d'allenamento del Palmeiras, perché dai video e allo stadio mi aveva convinto pienamente tecnicamente ma avevo l'impressione fosse troppo esile. Così, con una scusa, andai al centro sportivo del club durante un allenamento, facendo in modo di incontrarlo quando finivano. In quel momento mi incontrai che era un falso esile, per me era un attaccante completo. Quando tornai a Milano abbiamo provato a prenderlo, ma non posso dire perché alla fine non si è più chiuso l'affare".

Ci racconta un retroscena dei suoi viaggi in Brasile?
"Posso dirvi che quel giorno in cui ho incontrato Gabriel Jesus ho studiato da vicino anche Bruno Peres. Il centro d'allenamento del Palmeiras e quello del San Paolo sono molto vicini, c'è solo una grande siepe che li divide. Così io spesso buttavo un occhio anche dall'altra parte, per vedere questo esterno del San Paolo che all'epoca era seguito da molti club. Ma non mi convinceva".

Tra le sue esperienze ce n'è anche una in Premier League al Sunderland. Che ricordi ha? 
"Bellissima, quello inglese è un campionato stupendo. Anche se in realtà lì sono abituati a lavorare diversamente rispetto all'Italia. Io facevo parte di un gruppo di lavoro che si occupava dello scouting, ma si fa fatica a fare le trattative: si usano molto le mail, ma si fanno poche telefonate e incontri".

Al Sassuolo sta facendo molto bene un ex milanista, Manuel Locatelli.
"Per me è un gran dispiacere aver visto andare via lui e André Silva. Il Sassuolo voleva Locatelli già quando c'ero io. Ce l'hanno chiesto, ma volevo darlo solo in prestito o con diritto di recompra a favore del Milan e alle me condizioni, alla fine l'affare non è mai decollato".

Durante l'esperienza rossonera ha trattato anche Ciro Immobile, come mai non si è chiusa la trattativa?
"Non avevo fatto i conti con Lotito. Noi avevamo già l'accordo con il giocatore, ma la Lazio voleva 100 milioni di euro e così non se n'è fatto nulla; sapevano di avere un campione in casa.

Parliamo di affari chiusi: Franck Kessie e Hakan Calhaoglu.
"Il turco era uscito dai radar internazionali perché veniva da 7 mesi di squalifica, e anche nel Leverkusen era un po' ai margini. Noi lo seguivamo da anni e abbiamo aspettato il momento giusto per prenderlo. E' stata una scommessa, oggi posso dire che l'abbiamo vinta".

E con Kessie com'è andata?
"Atalanta e Roma avevano già l'accordo per il trasferimento in giallorosso, io avevo una sola carta da giocare: la volontà del giocatore che preferiva venire a Milano. Ricordo che con l'agente Atangana è stata una lunga trattativa finita alle 3 di notte, fatta in uno sgabuzzino di un hotel in periferia a Milano perché non potevamo farci vedere. E abbiamo svegliato anche Franck per farci raggiungere".

Tra le cessioni della sua gestione c'è anche quella di Pessina all'Atalanta. Vedendo quello che sta facendo oggi è un rimpianto?
"Assolutamente No, perché più il giocatore fa bene con i nerazzurri e più ci guadagna il Milan. In quel momento Pessina aveva bisogno di spazio, sarebbe dovuto entrare nell'affare Conti ma alla fine sono state due operazioni slegate. Eravamo d'accordo che se avessimo chiuso per Conti ci saremmo impegnati a fare anche Pessina. Io credevo nel ragazzo, tant'è che il Milan ha già incassato qualcosa e incasserà ancora dalle sue prestazioni".

Com’è nata l’idea di prendere Bonucci?
"Più che un'idea è stata un'occasione. Non era un acquisto programmato, ma un'opportunità del momento. Abbiamo sfruttato la sua rottura con Allegri, e quando c'è stata la possibilità l'abbiamo colta al volo. Molti hanno criticato la nostra scelta di prenderlo, ma per me non si può mettere in discussione l'acquisto di uno dei migliori difensori. C'era solo bisogno di tempo, per tutti".

Ci racconta un retroscena della trattativa? 
"Quando avevamo chiuso l'affare, io andai via e rimasero Fassone con l'agente di Bonucci, Lucci. Il procuratore convinse Marco a dare a Leonardo la numero 19, ma non sapevano che io l'avevo già promessa a Kessie. Così successe il finimondo perché nessuno dei due voleva mollare quella maglia, e c'è stato il rischio concreto che uno dei due acquisti saltasse. Ricordo che durante la tournée in Cina doveva giocare un'amichevole col Bayern, e cinque minuti prima dell'inizio della gara Kessie non voleva entrare in campo senza la 'sua' 19. Alla fine però, grazie alla sua straordinaria umanità, è riuscito a capire la situazione e ha fatto un passo indietro lasciando quel numero a Bonucci".

Con Fassone vi siete più sentiti dopo l'addio al Milan?
Sì, siamo rimasti in buoni rapporti. Chissà se lavoreremo di nuovo insieme, nel calcio non si può mai sapere quello che succede".

Qual è la cosa che non rifarebbe tornando indietro?
"Tentennare troppo quando c'era la possibilità di portare Aubameyang al Milan. Insieme a Gabriel Jesus, lui è un altro mio pallino. Già avevo provato a portarlo all'Inter quando era al Saint-Etienne. I francesi volevano 7 milioni, ma non riuscii a convincere i miei capi. Quand'ero al Milan, invece, per questioni di budget, dovevamo scegliere se prendere Aubameyang oppure Bonucci e Kalinic, che era stato richiesto da Montella. Forse in quel momento avrei dovuto dare la priorità all'attaccante dell'Arsenal, e solo successivamente fare altri acquisti".

E il grande rimpianto di mercato?
"Ivan Rakitic. Andai anche a Barcellona per incontrarlo, prima ancora di entrare ufficialmente al Milan. Il Barça tentennava per il rinnovo, così provai a inserirmi. Poi purtroppo il closing andò per le lunghe e ci sfuggì ma se fossimo stati già dentro alla società sono convinto che l'avremmo preso".

Che idea si era fatto della proprietà cinese?
"Sinceramente non ne posso parlare male perché abbiamo avuto ottimi rapporti, ma neanche noi riusciamo a capire cosa sia successo dopo".

Quanto le manca il calcio vissuto da protagonista?
"Tantissimo. Allo stesso tempo però non voglio andare in un club tanto per ricominciare. Ho avuto qualche contatto col Monaco, ma ora aspetto il progetto giusto. Amo aggiornarmi in continuazione alla ricerca di nuovi giocatori, per le lo scouting è fondamentale".