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La Roma passa a San Siro (2-0), davanti a oltre sessantunomila innamorati, che in larga maggioranza avevano creduto alle parole profetiche dell'allenatore: "Sento un’aria di svolta definitiva". O l'olfatto lo ha tradito o la svolta potrebbe essere quella che riguarda la sua panchina. Personalmente sono contrario al cambio - meno che mai con Ancelotti che è stato appena esonerato e almeno un po' si deve emendare -,  ma sono convinto che Montella sia un allenatore già bruciato per le grandi piazze. Il Milan era la sua grande occasione, il MIlan sta diventando il suo piccolo inferno quotidiano.
   
L'anno scorso la propaganda di regime, per lo più asservita ad Adriano Galliani che scelse proprio Montella per un Milan di una mediocrità incalcolabile, aveva fatto passare una qualificazione ai preliminari di Europa League come una grande conquista. Quest'anno, seppur con nuovi padroni, sconosciuti ai più, tutti i media e pure il popolo milanista si era fatto abbindolare dal motivato entusiasmo per un mercato faraonico. Adesso, a nove punti dalla vetta, con tre sconfitte sul groppone (due consecutive) e il derby dopo la sosta, molti si sentono presi per i fondelli e scaricano le colpe su un allenatore palesemente inadeguato che la settimana scorsa ha fatto fragorosamente rotolare la testa del suo preparatore atletico, responsabile non si sa bene di che cosa.
   
In queste settimane Montella rischia non solo perché Fassone e Mirabelli potrebbero reagire di pancia come un qualsiasi tifoso, ma anche perché il suo Milan è in ritardo su tutto. Nell'identità, nelle scelte, nelle certezze, nei meccanismi di gioco. Inoltre - anche se nessuno lo ammetterebbe - c’è una frattura evidente fra il tecnico e la dirigenza. L'ho colta all'annuncio delle formazioni. Mentre la Roma, nonostante le assenze, ha proceduto placida dentro al suo 4-3-3, il Milan ha rimesso in piedi il 3-5-2 con tutti gli uomini arrivati dal mercato. È stato come se Montella avesse voluto decentrare le responsabilità su Mirabelli e Fassone. Come se dicesse: schiero il 3-5-2 perché mi avete fatto arrivare Bonucci e gioco con nove undicesimi dei nuovi. Se affondo - come è affondato - la colpa non sarà solo mia, ma anche di una società che crede di aver ingaggiato dei fenomeni, invece sono elementi normali. Purtroppo sono mal allenati perché non hanno né una fonte di gioco, né uno straccio di copione su cui articolare quella che si chiamerebbe manovra. 
   
E contro la Roma si è visto in maniera inequivocabile. Dopo un primo tempo osceno (ma osceno anche per la Roma), il Milan è parso ridestarsi nei primi ventidue minuti in cui ha collezionato tre fra occasioni e mezze occasioni. Tuttavia l'unico che è andato realmente vicino al gol è stato Bonucci con un tiro di destro da dentro l'area avversaria che ha chiamato Alisson alla deviazione. Se, però, andiamo a pesare le opportunità, la Roma non solo ne ha avute di più, ma ha saputo trasformarle sia con bravura, sia con fortuna. Dico fortuna perché sul tiro del primo gol (Dzeko al 26' della ripresa) c'è stata una deviazione di Romagnoli. Ma devo anche dire bravura perché il raddoppio di Florenzi (31') è stato propiziato da un suggerimento di Dzeko per Nainggolan bravo a calciare violentemente verso la porta di Donnarumma. Il portiere ha respinto male e sul pallone è arrivato Florenzi che ha messo dentro. Il giocatore romano e romanista non segnava dal 3 aprile 2016 ed è praticamente al rientro dopo il lunghissimo infortunio al ginocchio. Oltre a sigillare la vittoria, Florenzi aveva avuto l’occasione di indirizzare la partita prima di Dzeko. È accaduto all'ora di gioco quando Pellegrini (subentratro a Strootman, infortunato in avvio di gara) lo ha pescato con un assist favoloso finito in buca tra Musacchio e Bonucci. Florenzi ha tirato, ma Donnarumma in uscita è stato in grado di bloccare. La breve cronaca illustra il merito. Roma più presente e più precisa. Il MIlan, solo un abbozzo di squadra.