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Mourinho voleva tutto ma ha avuto niente: è scappato da un Siviglia superiore

Mourinho voleva tutto ma ha avuto niente: è scappato da un Siviglia superiore

  • Gianni Visnadi
    Gianni Visnadi
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Tutto o niente, alla fine è niente. Decidono i calci di rigore: vince il Siviglia, alla settima Europa League/Coppa Uefa in 17 anni, dopo 147 minuti di battaglia, con recuperi “mondiali” anche nei supplementari per la partita più lunga della storia. Decidono Bono, il para rigori del Marocco in Qatar, che qui ne nega 2 a Mancini e Ibanez, e l’argentino Montiel, già autore dell’ultimo tiro nella finale contro la Francia. Qui tira e sbaglia, ma il Var fa ripetere e lui non fallisce.

Un’altra beffa terribile per la Roma, che ai rigori aveva già perso, addirittura nello stadio di casa una Coppa Campioni, 39 anni anni fa. È beffa anche perché dai supplementari in avanti, i rigori erano diventati l’obiettivo palese di Mourinho, un modo per scappare dalla superiorità avversaria.

La Roma è esteticamente bella per mezz’ora abbondante. Più bella del Siviglia. Bellissima nei colpi del suo giocatore più forte, Paulo Dybala, in campo dall’inizio e autore del gol dell’illusione. Un gol da campione qual è. Poi è difesa costante, il canovaccio previsto. Ma è difesa ordinata, mai affannata, e anzi nei 90 minuti, sono probabilmente di Abraham, Ibanez e Belotti le occasioni più grandi per dribblare i supplementari. Dybala dall’inizio non è un azzardo, ma una mossa da numero uno: subito la Joya e vediamo che succede. Mourinho non aspetta, ma va, come praticamente mai ha fatto in questi 2 anni di Roma. Va, colpisce e però non affonda l’avversario perché il Siviglia è squadra forte, e Mendilibar dev’essere anche bravo: a 62 anni non aveva mai vinto nulla, eppure è arrivato a Siviglia, ha trovato una squadra alle porte della Segunda e l’ha rimessa in Champions dalla porta principale.

È il gol di Dybala a scuotere il Siviglia, fin lì probabilmente sorpreso dall’aggressivo atteggiamento avversario, che già aveva portato Spinazzola a un passo dal vantaggio. Il gol è da urlo: pallone recuperato da Matic in modo un po’ rude, diagonale profondo di Mancini per Dybala, controllo e tiro di sinistro in un batter di ciglia, Bono si distende, ma non ci arriva. Un colpo perfetto. Necessità diventa virtù e a quel punto comincia l’assedio: i primi frutti arrivano presto, il palo di Rakitic prima del riposo (con 7 minuti di recupero) e soprattutto il pareggio in avvio di ripresa, autogol di Mancini, in terrorizzato anticipo sul gigante En-Nesyri. Poi però il muro di Mourinho è molto più efficace di quanto in semifinale non sia stato quello di Allegri. E le ripartenze più efficaci. Giusto per dire: molto, ma molto meglio la Roma della Juventus.

Dybala gioca un gran primo tempo, poi cala e si spegne, i quasi 2 mesi senza partite si fanno sentire quando la sfida diventa battaglia: fiato corto e gambe dure, esce l’istante dopo che Ibanez sbaglia un tap-in dopo la mischia nata dalla velenosa punizione di capitan Pellegrini. Niente rigore su Ocampos, ma solo il Var poteva vedere che Ibanez aveva toccato il pallone un soffio prima di abbattere l’ex di Genoa e Milan. Poco dopo protesta la Roma per il tocco col braccio di Fernando, non punito dall’arbitro Taylor.

Chissà se adesso Mourinho se ne andrà veramente, come da tempo ha deciso di fare. Pensava di farlo con la seconda coppa in 2 anni, invece così se ne andrebbe senza la qualificazione alla Champions per il secondo anno di fila, non proprio un risultato che ne giustifica l’ingaggio da 8 milioni netti a stagione, anche se la seconda finale e come l’ha conquistata e come ha portato la sua squadra a lottare fino all’ultimo pallone, lo consegna ugualmente all’immortalità fra i tifosi giallorossi. È stato bravo anche a fare credere di avere una squadra modesta, mentre la Roma non lo è per nulla e l’ha dimostrato anche in questa finale persa solo ai calci di rigore.

@GianniVisnadi

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