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Sinceramente non so se il Napoli vincerà lo scudetto, ma una cosa è certa: gioca il miglior calcio possibile nel campionato di serie A. L’affermazione è confermata dall’andamento in Champions League. Finora, e prima della trasferta di Amsterdam, il Napoli è l’unica italiana ad aver vinto due partite su due (con il Liverpool, addirittura travolto, e a Glasgow), è in testa al girone e, se non ci saranno tracolli imprevisti e improvvisi, si può dire già qualificato agli ottavi di finale.

Onestà mi impone di fare una premessa. Ho molta simpatia per il Napoli e per Spalletti, l’anno scorso è stata fino all’ultimo la mia favorita per il titolo. E credo che più della forza del Milan siano stati gli azzurri a buttarlo. Quest’anno, però, dopo una campagna acquisti e cessioni che aveva visto la partenza di Ospina, Koulibaly, Fabian Ruiz, Insigne e Mertens - ovvero l’architrave della formazione - non solo avevo evitato di inserire il Napoli tra i pretendenti, ma pensavo che non arrivasse nemmeno tra le prime quattro. Ora, pur con la prudenza che la classifica impone dopo appena otto giornate e, soprattutto, in vista della lunga pausa per il Mondiale, destinata a sconvolgere gerarchie ed equilibri, il Napoli ha smentito chi, come me, lo avrebbe visto in corsa solo per un ruolo da comprimario.

Il merito non è solo dell’allenatore che ha la rara capacità di coniugare un sistema di gioco conosciuto (il 4-3-3) con il capitale umano a disposizione (ha cambiato solo una volta e ha pareggiato in casa con il Lecce), ma anche della società (il presidente De Laurentiis e il direttore sportivo Giuntoli) che hanno acquistato calciatori funzionali al gioco spendendo cifre assolutamente sostenibili. È facile dire - come fa Ancelotti - che Kvaratskhelia lo conoscevano e lo volevano in tanti. Se fosse così, mi chiedo perché non l’abbia acquistato il Real Madrid o la Juve. La realtà è che Giuntoli è arrivato primo e De Laurentiis lo ha assecondato fidandosi in maniera cieca. Il georgiano è bravo perché segna, ma è ancora più bravo per come, contro qualsiasi avversario, sventra la fascia sinistra - la destra per chi difende - di qualsiasi avversario. Tuttavia c’è un elemento che fa pendere quasi interamente la bilancia dalla parte di Spalletti. Cioè la crescita esponenziale di calciatori come Di Lorenzo, Rrahmani, Mario Rui. E soprattutto l’edificazione di un centrocampo monumentale. Quando arrivò Lobotka si pensava ad una riserva. La stagione scorsa di Zielinski è stata modesta. Quest’estate la reclame per la campagna abbonamenti con la faccia di Anguissa, era sembrata una provocazione del presidente. Oggi, invece, non c’è reparto centrale che sia più forte di quello del Napoli. E Politano, davanti, può giocare in più ruoli.
Detto tutto questo, manca la parte principale. Il Napoli è primo, seppure in condominio con l’Atalanta, senza Koulibaly, ceduto in estate al Chelsea, e senza Osimhen, infortunato ormai di lungo corso. Al posto del primo è arrivato Kim Min Jae che non è Koulibay, ma si è integrato benissimo nel reparto difensivo. Al posto del secondo, per ora, si alternano Raspadori e Simeone che hanno saputo essere decisivi entrambi, prima con lo Spezia e poi a San Siro contro il Milan.
Tutto ciò significa che la squadra sta assumendo una mentalità vincente e, soprattutto, che non c’è dipendenza da alcuno, neppure dai più bravi.

La domanda finale è la seguente: può il Napoli durare? Ovviamente sì perché il suo sostegno è rappresentato dal gioco, dalla qualità, dalla personalità e dalle certezze tattiche. Tutto questo accompagna la crescita della consapevolezza, ancor prima che dell’autostima. In più, Spalletti e i suoi ragazzi ad ogni partita determinano molte soluzioni per segnare e ciò significa avere idee e schemi per avvicinare la porta. Ma, questa volta, non dirò che il Napoli vincerà lo scudetto. Anche se ci credessi o, intimamente lo sperassi, voglio evitare di mettere una dannosa pressione su squadra e società. L’Inter che, per me, insieme al Milan, è la più forte nella rosa, si sta buttando via in preda ad un’inesausta inquietudine. E perde anche quando non meriterebbe. Come accaduto con la Roma.     
 
 
 



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