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Giorni, poi settimane e poi, ancora mesi in cui l'angoscia sembrava non dovesse finire più. Sia chiaro: è ancora lì quell'angoscia, unico vero carburante per mantenersi all'interno dei protocolli di sicurezza per contrastare il Covid-19. Però sono stati anche giorni, settimane e mesi in cui c'è stato tempo per fare cose che forse non avremmo mai fatto - quanti fornai in più ci sono ora nel nostro Paese? - e nemmeno immaginato. Quel tempo, l'ho dedicato – oltre al lavoro in smart working e tante altre cose in versione omino Brico... - a qualche bel ricordo di calcio. Di Roma soprattutto. E, quando alcuni giorni fa mi sono ritrovato di fronte la faccia da impunito di Cappioli a completarne un'intervista anche divertente, non ho potuto non tornare indietro nel tempo, a quel fantastico 'derby di Mazzone', il 27 novembre del 1994. La storia la conoscete tutti, non posso immaginare il contrario.

C'era una Lazio allenata da Zeman che sulla carta te la disegnavano come 5 volte più forte della Roma. C'erano pezzi di giornale talmente netti nel sostenere questo divario, che Mazzone li appese negli spogliatoi per caricare i suoi. E c'eravamo noi, io e i miei amici, all'epoca tifosi e assidui frequentatori dell'Olimpico che a quelle differenze disegnate da altri non facevamo caso. Finì tre a zero con Carletto che corre sotto la Curva. Storia scolpita nelle mura di Roma. Balbo, Cappioli, Fonseca. Era una Roma che poteva forse ambire a qualcosa di importante. C'erano Giannini, Aldair, Moriero, Carboni, Cervone. Bella squadra, molto romana e anche molto romanista, per chi è attento a questo fattore (io no).
Ho ripensato a quella Roma chiedendomi se fosse la spensieratezza dell'età a farmi vivere con cristallina gioia le avventure romanista. O se sia stata la professione a rendermi più freddo e distante. Di sicuro, se esiste un qualcosa che viene definito 'entusiasmo giovanile' un motivo ci sarà. Però non posso non pensare a come sia lontana questa Roma da quella che quel giorno fece impazzire l'etnia giallorossa. Fu gioia di qualche giorno, certo. Ma, tolti i trofei vinti tra la gestione Viola e quella Sensi, fu certamente una delle emozioni più intense vissute con una partita della Roma. Erano anni in cui avevi il tempo di affezionarti a un giocatore prima che te lo vendessero in nome della Dea della plusvalenza o del bilancio. Erano tempi felici anche se non si vinceva nulla. E non voglio fare paragoni con quello che succede oggi. Non sarebbe bello, né divertente. E sarebbe un gol troppo facile da realizzare. Voglio solo ricordare, ogni tanto, quel calcio che non esiste più.