Surreale! E’ stato ben scritto. Questo, il clima che aleggia nella società Juventus F.C. Paradossale, potremmo aggiungere, ma anche comprensibile. Fino a un certo punto. La scontentezza e la delusione fortissima sembrano qualcosa di connaturato non solo al calcio, ma alle società, alla vita in generale. Non solo perché i successi, le affermazioni, i miglioramenti non bastano mai, bensì perché troppo spesso si ha la memoria corta. Con questo, non vogliamo dire che le critiche ben ponderate non siano le benvenute, e che migliorarsi, appunto, non sia necessario. 

I tre mesi di gioco mediocre, però di risultati assai buoni in campionato (tanto da averlo quasi virtualmente chiuso con larghissimo anticipo), ma soprattutto la pessima partita contro l’Atletico sembrano aver precipitato la Juventus in una specie di cupio dissolvi. D’accordo, la Champions è un imperativo, però non dovrebbe trasformarsi in ossessione. Negli ultimi tre anni e mezzo, considerando i primi 5 campionati europei, la Juve di Allegri non ha avuto rivali come media punti e percentuale di vittorie. La media a partita è di 2,48 punti, con una percentuale di vittorie (campionati e coppe europee) del 74%. Secondi arrivano il City e Guardiola con una media di 2,41 punti e  percentuale di vittorie al 72%. Terzo Ancelotti, quarto Zidane.

La Juve, nel suo complesso, non ha avuto rivali nel saper tornare in breve tempo dall’inferno della B al paradiso di 7 ( con molta probabilità 8) scudetti consecutivi. Allegri è secondo, per successi, solo a Trapattoni e quest’anno potrebbe superare due mostri sacri come Capello e Lippi eppure…Eppure, alla fine, lascia tifosi, addetti ai lavori, osservatori con l’amaro in bocca. A causa di un gioco poco brillante? E gli allenatori brillanti, da Zeman a Sarri, sono soddisfacenti o consolatori, col loro gioco ricco, ma inconcludente? Probabilmente, al tempo di social imperanti, anche Trapattoni, considerato difensivista, sarebbe finito nel frullatore. Comunque non è solo questa la ragione del disorientamento juventino. Sembra appunto che il paradosso sia più esteso, e che si possa riferire al detto: “si stava meglio, quando si stava peggio”.

E’ un po’ quello che succede in Cina. Lo racconta un bell’articolo di Tommaso Carboni su “La Stampa” on line. Estremamente più ricchi di prima, i cinesi risultano, tuttavia, più infelici. Si sentivano, secondo il World Happiness Report, più felici nel 1990, quando il livello di ricchezza si presentava molto più basso. Forse erano in grado di misurare le differenze tra il prima e il dopo. E’ appunto, scrive Carboni, “il paradosso della crescita infelice (…) quello che stabilisce come tra crescita e felicità non ci sia sempre un rapporto lineare.”

Forse si vuole sempre di più, forse gli insuccessi pesano più dei successi, forse le aspettative sono un nodo scorsoio. Forse…i tifosi juventini sono stati davvero felici sette-otto anni fa, quando hanno vinto il primo scudetto d’un’era nuova. Ora quest’era comincia a sembrare un po’ vecchia.