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La storia si ripete, perché anche stavolta Mario Balotelli sale sull’ultimo treno della sua carriera. Dopo essere sceso prima del previsto nelle precedenti fermate all’Inter, al Manchester City, al Milan, al Liverpool, al Nizza e al Marsiglia, eccolo alla stazione di Brescia, la “sua” Brescia, per ritrovare a 29 anni la Nazionale e una credibilità quasi definitivamente perdute. E’ difficile, infatti, immaginare sua rinascita, ripensando alle troppe promesse non mantenute, tra Italia, Inghilterra e Francia.

Balotelli sembra forte fisicamente, ma non lo è. Sembra un campione, ma non lo è mai stato fino in fondo, con una grande fortuna nella vita e una piccola sfortuna nel calcio: una famiglia che lo ha adottato con amore e una precoce etichetta che gli ha fatto più male che bene, quella di Super Mario. Se si fosse chiamato Giuseppe, al massimo sarebbe stato Beppe, mai Super Giuseppe perché non c’era alcun videogioco con questo nome. Nessuno, però, discute le sue doti tecniche e visto che la tentazione è sempre forte per chiunque, lungi da me l’idea di entrare nella sua vita privata, che tale deve essere per lui e per qualsiasi altro giocatore. Balotelli va giudicato per quello che fa, o non fa, in campo, in partita e negli allenamenti, perché lì si esaurisce la sua vita professionale. E allora, dopo questa premessa, parto dal primo ricordo diretto che ho di Balotelli. Quel pomeriggio di aprile del 2008, quando Mancini lo mandò in campo a Bergamo contro l’Atalanta, Balotelli non ancora diciottenne mi colpì per la sicurezza e la personalità con cui giocò una delle sue prime 3 partite in serie A. Bravissimo a calciare i corner e le punizioni, bravissimo a partire dalla sinistra per andare al centro, alle spalle o al fianco di Ibrahimovic, fu lui uno dei jolly vincenti di Mancini che ottenne il suo secondo e più sofferto scudetto sul campo, nell’ultima giornata a Parma.

Nessun dubbio che quel Balotelli avesse talento e fosse un predestinato, altrimenti Moratti non avrebbe osato rispondere ai milanisti orgogliosi di avere Pato che anche l’Inter aveva il suo Pato e si chiamava Balotelli. Sembrava una battuta e invece Balotelli si è rivelato più forte di Pato, che non a caso è sparito dal Milan e dal grande calcio. Il problema, però, è che Balotelli non ha mai compiuto il salto definitivo, da talento a campione, appunto, lasciando il termine troppo abusato “fuoriclasse” ad altri giocatori. Balotelli è rimasto un individualista che pensa di risolvere tutto con il suo straordinario tiro, quasi sempre indirizzato in porta e non fuori. Quasi infallibile dal dischetto e su punizione, spietato dalla lunga distanza, Balotelli è un “calciatore” nel senso letterale del termine perché calcia bene, più che un “giocatore” perché gioca poco con la squadra.

E poi è molto fragile fisicamente come dimostrano i suoi frequenti infortuni di ogni genere. Per non parlare di tutte le sue squalifiche che spesso gli fanno saltare partite importanti. Non a caso, proprio nella sua ultima partita con il Marsiglia è riuscito a farsi espellere rimediando quattro giornate di sospensione che gli permetteranno di debuttare in campionato soltanto a fine settembre contro la Juventus. Ecco perché Balotelli rimane un punto interrogativo e non un campione con il punto esclamativo sul quale puntare a occhi chiusi. Del resto quanti sono stati i suoi gol che tutti ricordano? Soltanto due contro la Germania agli Europei del 2012: un’eccezione, però, e non la regola. Anche per questo non ha senso fare il paragone con Baggio che chiuse la sua carriera a Brescia. Perché Baggio aveva vinto il Pallone d’Oro a 26 anni e aveva già partecipato come protagonista a tre mondiali. Balotelli, invece, è stato soltanto il simbolo del fallimento al mondiale del 2014. Senza contare il fatto che neppure Baggio, che preferì giocare a Brescia anziché al Chelsea proprio nella speranza di tornare in nazionale, riuscì a convincere il c.t. Trapattoni. Adesso ci prova Balotelli e il tempo dirà se riuscirà ad avere ancora un futuro azzurro, con il Brescia e la nazionale.