1
Ci voleva un viaggio in Amazzonia per scoprire il volto umano di Balotelli. Premessa personalissima: non avevo nessuna voglia di andare a Manaus. Le prime immagini della città del caucciù le ho viste più o meno due anni fa, le trasmetteva Quark, quella sera evidentemente pioveva molto (come in Amazzonia), avevo l’influenza e non potevo sottrarmi alla setta degli #SFIGATIDELSABATOSERA. Guardavo Manaus in tv e pensavo: ecco un posto dove non vorrei mai mettere piede. Non sono stato accontentato. Altra divagazione personale: odio volare. Da giorni pensavo a questi tremila chilometri circa da Rio verso la foresta. Ci pensavo così tanto che nella precedente puntata di questo blog ho confuso la distanza tra Italia e Brasile (circa 10.000 chilometri) con quella tra Rio e Manaus (più o meno tremila) e questo lo scrivo perché vorrei archiviare l’errore e il relativo menaggio del nobile proprietario di questa baracca, il progressista Carlo Pallavicino. Tutto chiaro? Detestavo Manaus. E visto che non avevo una grande considerazione di Balotelli escludevo la possibilità di finire nella foresta per capire qualcosa in più di un giocatore, attaccante del Milan di Berlusconi e della Nazionale di Prandelli. Non sono stato accontentato neppure in questo caso.

Sono finito in Amazzonia e ho  scoperto il nuovo Balotelli. La prima volta che l’ho incontrato lui giocava ancora nell’Inter e io lavoravo ancora alla Gazzetta dello Sport, quanti anni sono passati non  ricordo e non mi metto neppure a contare perché mi hanno spiegato che il bello di un blog sta anche nel scriverlo di corsa. Quel giorno andai alla Pinetina, con altri colleghi, si parlava con il presidente Massimo Moratti, in quella sala che sta davanti al busto del padre, Angelo, il primo a spendere un sacco di lire per far grande l’Inter. Dietro quel solenne busto era stato messo un separé. Moratti chiacchierava, poi qualcosa lo interruppe: un fragoroso “rutto” balzava oltre il separé. “E’ Balotelli”, disse il petroliere del triplete. Era Balotelli e per me quello rimase, per molti anni, nella salute e nella malattia (calcistica), con il sole e la pioggia: un rutto, nulla più.

Poi rieccolo,  all’improvviso, il nuovo Balotelli. E’ innamorato del Brasile, ma soprattutto tutti i brasiliani sono innamorati di lui. Sbarca a Rio, poi sbarca anche la sua fidanzata, una sventola di nome Fanny. Lui le chiede di sposarlo davanti all’Oceano e all’Isola Grande, il loro pare un grande amore e Fanny dice sì.  Intanto i social network dicono, “pirla sposati quando vuoi, ma adesso pensa a giocare”. Lui gioca contro l’Inghilterra, scende sul campo dell’Elefante Bianco di Manaus.  Sugli spalti i brasiliani tifano per noi, anzi per lui e se la prendono con Roy Hodgson, il coach degli inglesi che ha detto che in Amazzonia non si doveva giocare.  Lui, Balotelli, nel primo tempo sfiora il gol. Stop. Nella ripresa mette dentro quello decisivo.  Stop. E poi esulta, sorride, manda un bacio a Fanny e alla famiglia, quando esce fa il segno del 2-1 con le dita e poi guarda la telecamera,  si mette l’indice sul naso e sulla bocca: “Inglesi, zitti e mosca, abbiamo vinto noi”.  Una volta sarebbe stato il solito Balo/Beota ora sembra piaccia molto, ai brasiliani, ma pure agli italiani. Forse anche a me. Che non volevo andare  a Manaus e adesso sapete che vi dico: non ci tornerei, ma sono felice di averla visitata. Ho visto  il porto, i marciapiedi più alti del mondo,  il Teatro Amazonas.  Il teatro è bellissimo, diventò famoso con Fitzcarraldo un film del  1982, l’anno del Mondiali in Spagna, di Paolo Rossi e dell’Italia campione. Ah, ho comprato un magnete del Teatro Amazonas, come farebbe ogni italiano vero, Mario Balotelli compreso.


Giampiero Timossi (giornalista Il Secolo XIX)
Su Twitter: 
@GTimossi

LEGGI GLI ARTICOLI DI TIMOSSI ANCHE SUL SUO BLOG