James Pallotta è un arrogante. E un irriconoscente. E un mistificatore.
Potrei continuare, ma è meglio spiegare.  
Nella non richiesta risposta alle pudiche dichiarazioni di Monchi da Siviglia (“Sono andato via per una ragione semplice: abbiamo capito che l’idea della proprietà era diversa rispetto alla mia”) dal presidente americano di stanza a Boston, è uscito tutto il greve che alberga in lui: “Ho speso tanti soldi per avere Monchi e gli ho dato le chiavi per dar vita a tutto questo. Gli ho dato il pieno controllo per ingaggiare l’allenatore che voleva, per assumere collaboratori, preparatori e per acquistare i giocatori che preferiva. Guardando i risultati e le nostre prestazioni, è chiaro che questo non abbia funzionato”.

Ammesso che sia vero tutto quello che dice Pallotta, e cioé che lui abbia speso tanti soldi per avere Monchi, e Di Francesco, e il suo staff, a quali risultati si riferisce quando dice che non sono arrivati? Il terzo posto della passata stagione e la semifinale di Champions League non sono risultati di primo livello?
Monchi e Di Francesco forse avrebbero dovuto garantirgli lo scudetto?
Veniamo alla stagione in corso. Quando Di Francesco è stato cacciato assieme a Monchi, la Roma aveva 44 punti ed era quinta a tre punti dall’Inter.
Due settimane dopo, pur avendo affrontato Empoli (in casa) e Spal (fuori), è sempre quinta, ma il Milan è a meno quattro e la Lazio, con il recupero interno contro l’Udinese, può scavalcarla, mentre prima al massimo poteva raggiungerla.
Era proprio il caso di esonerare il tecnico e provocare l’addio del direttore sportivo al culmine di un’eliminazione dalla Champions provocata dall’arbitro e da tutti giudicata ingiusta? Pallotta cosa pensa di ottenere con Ranieri? E se dovesse andar male, con chi se la prenderebbe?  Se il presidente è arrogante nella forma e nella sostanza quando parla dei risultati sportivi, diventa irriconoscente e mistificatore se si tratta dei risultati economici.
E’ stato Monchi a voler cedere Alisson?
E l’anno prima Salah?
Chi ha chiesto al ds di fare il massimo di plusvalenze vendendo i migliori e puntando su giovani di prospettiva?
Strano che Pallotta non lo spieghi mai.

Monchi non è infallibile e, forse, non è nemmeno il miglior dirigente di questo mondo, però è stato un amministratore fedele delle volontà del padrone. La Gazzetta dello Sport ha ricordato che sono 263 i milioni incassati dalla Roma per le dieci cessioni più redditizie nelle due stagioni di Monchi. Mentre 191 sono i milioni spesi per i dieci acquisti più costosi. Si possono discutere i 40 per Schick o, tecnicamente parlando, l’ingaggio di Pastore, non gli otto milioni di Zaniolo che oggi ne valeva 60 o la bassa cifra spesa per Under appetito dalle maggiori squadre di Europa.
E come non inserire, nei risultati economici, gli ottanta milioni arrivati l’anno scorso per aver centrato la semifinale di Champions League? 
Nella sua intemerata, Pallotta arriva perfino a manipolare la realtà: “A novembre, quando la nostra stagione stava andando di male in peggio e tutti notavano come l’allenatore stesse faticando a ottenere una reazione dai calciatori, chiesi a Monchi un piano B, ma mi spiegò che voleva continuare con la stessa strategia”.
Al contrario di quanto afferma Pallotta, a novembre la Roma era in corsa sia per il futuro accesso in Champions, sia nella Champions vera e propria e anche in Coppa Italia.
Perchè mai Monchi avrebbe dovuto pensare ad un piano B? 
A meno che non si voglia accusare Monchi di eccesso di lealtà nei confronti di Di Francesco, un atteggiamento che dice anzi quanto lo spagnolo sia stato serio e coerente. L’allenatore non era affatto in difficoltà “a ottenere una reazione dai calciatori”. Ove mai  qualcuno avesse pensato di tradirlo, lui l’aveva portato dalla sua parte ricavando un rendimento almeno sufficiente.
Purtroppo un contraddittorio o, perlomeno, un confronto dialettico con Pallotta è impossibile. Primo, perché lui disprezza nei toni e nei contenuti, stampa, tv e radio (soprattutto le radio romane cui ha augurato catastrofici fallimenti) e chi li rappresenta.
Secondo, perché nonostante sia proprietario e presidente di un club italiano, uno dei due della capitale, non ha ancora imparato a dire grazie e, soprattutto, scusate.
Lingua straniera e galateo non sono il suo forte.