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“Ti senti più italiano o più africano?“. Seid lo guardò, e nel frattempo rovistava nella sua testa alla ricerca della risposta giusta da dargli. Era nato in Etiopia ma in tenerissima età era stato adottato da una famiglia italiana. Gli servivano due secondi di pausa dal dialogo, un intervallo che potesse aiutarlo a motivare una replica strutturata da una riflessione che forse aveva sempre voluto sfuggire. Mino Raiola colse l’indugio e disintegrò ogni imbarazzo: “Non devi per forza attribuirti una provenienza. Guarda me, sono nato in Italia ma da piccolo i miei genitori si sono trasferiti in Olanda per lavoro e mi hanno portato con loro. Quando dopo anni sono tornato ad Angri, parenti e amici mi chiamavano “l’olandese”, quando invece ero ad Haarlem, parlavano di me apostrofandomi come “l’italiano”. Non capivo, ma la mia vita è migliorata quando ho smesso di dare un peso alla cosa e ho iniziato a concentrarmi sull’essere un uomo, perché alla fine è l’unica cosa che ti dà identità. Non preoccuparti di tutto il resto, concentrati solo nel formarti come uomo”. Seid probabilmente si sentì sollevato, almeno in quel momento.

CIELO E TERRA - Mino Raiola era così: risoluto, rapido nell’assemblare pensieri di qualità superiore. Quei 54 anni li ha vissuti al doppio della velocità, con il motore al massimo dei giri. “Se mi fermo a fare il calcolo, credo di aver trascorso più tempo in cielo che sulla terraferma”, diceva agli amici, facendo riferimento ai continui viaggi di lavoro che lo portavano in giro per il mondo a seguire i suoi affari. Parlava otto lingue ma in casa, fin da piccolo, sempre e solo il dialetto napoletano. Chi trascorreva tempo con Mino si divertiva.

IDIOSINCRASIA RECIPROCA - Mentre non piaceva affatto al calcio dei finti Signori. Quelli che in giacca e cravatta abbelliscono anime torbide. Quelli che non amano parlare di soldi, ma che al sarto chiedono tasche aggiuntive per poterne “conservare” tanti. Quelli che all’incedere della malattia non hanno esitato a fiondarsi sui suoi calciatori, per intenderci. Mino era molta sostanza e poca forma, non perché fosse poco educato, ma perché sapeva con chi aveva a che fare e amava essere pratico. Con il suo pragmatismo ha scostato maschere da gentiluomini adagiate a volti da carogna. Conosceva i burattinai e presentava le insidie ai suoi assistiti più giovani.
IL CALCIO TI USA! - “Sono felice che tu stia andando a giocare proprio nella squadra per cui hai sempre fatto il tifo, ma  non aspettarti obbligatoriamente benefici. Anzi, la cosa potrebbe guidarti verso qualche delusione. Ricorda che il calcio sarà gentile con te fino a quando tu servirai al calcio, ma se dovessi incontrare qualche difficoltà, nessuno ti aspetterà e quelli che adesso sono amichevoli e gentili, faranno finta di non conoscerti. Vale per tifosi e presidenti: se rappresenti un valore ti venerano, se inciampi ti insultano o ti cacciano. Il calcio non è riconoscente e c’è un solo modo per restare ai vertici: lavorare sodo, essere professionisti impeccabili e non affezionarsi troppo. Oggi i colori sono questi, domani potrebbero essere altri, tu devi solo dare tutto”. Perché il calcio non è un posto per Signori e chi per passione ne accetta il compromesso deve conoscerne gli anfratti. Quella sera, da quella frase, nacque il progetto "Un percorso di mille colori”, che la scuola calcio Azzurri porta avanti con grande orgoglio.

CRUDA ONESTÀ - Fu il discorso che Mino Raiola fece a un giovane ragazzo nella hall di un albergo alle porte di Milano, dove amava alloggiare per la comodità di non dover entrare nel cuore della città. Una camera prenotata a suo nome tutto l’anno e tre posti auto in garage. Lo trovai duro come primo approccio, ma per qualche giorno ripensai a quelle parole e infine capii che erano profondamente oneste, per quanto crude. Oneste come i suoi jeans e le T-shirt, che lo hanno sempre posto al di sopra di ogni ipocrisia. I suoi detrattori gli davano del “pizzaiolo”, come a volerne contaminare i meriti, ma era così che li esaltavano.

A CAVALLO TRA DUE ERE - Il calcio non è più un posto romantico, Raiola ne aveva capito prima di tutti la naturale evoluzione e dava fastidio che ne evidenziasse le scomode verità, traendone anche profitto. Per molti miopi, Mino, è stato il Caronte che ha traghettato il calcio dalla sponda antica a quella moderna. Non è così, Mino ha avuto il merito di adattarsi e dettare legge in due ere diverse: quella dei presidenti innamorati e quella delle proprietà anaffettive. Quelle che a parole mettono i tifosi al primo posto e poi cambiano inni e colori sociali senza pensarci due volte. Quelle che si affidano sempre agli stessi intermediari per chiudere le operazioni (bisognerebbe capire il come mai), che hanno ormai seppellito la figura del direttore sportivo e trasformato quella del procuratore. Raiola invece è rimasto sempre se stesso, ha potuto farlo perché era talmente forte da poter dettare le sue regole. Ciò che nessun altro agente sarà più in grado di fare.