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Matteo Pessina, trequartista dell’Atalanta, ex Milan, Monza, Como, Spezia, Lecce, Catania e Verona, si racconta a Sportweek, settimanale de la Gazzetta dello Sport: “Iscritto alla Luiss? Perché è un’università importante e prestigiosa e poi perché consente di seguire i corsi anche agli portivi professionisti che non possono frequentare in presenza. A me ed altri (Caldara, Tamberi o Tortu) è stato affiancato un tutor che ci segue mentre studiamo da casa. Dobbiamo andare a Roma solo per gli esami. Sto per iniziare il terzo anno, ho dato 5 esami. Mi sono un po’ fermato dopo l’infortunio: ho spiegato ai docenti che volevo concentrarmi solo sul recupero, poi ci sono state tante partite ravvicinate. Ma adesso ricomincio a darci sotto”. 

ECONOMIA AZIENDALE - “Avrei voluto fare architettura, seguendo le orme di mia madre. Ero bravo nel disegno tecnico. Proiezioni ortogonali e prospettive mi rilassano. Non mi importava tanto il soggetto da disegnare, ma come arrivarci. Però architettura non è una facoltà che puoi affrontare da casa. Il lavoro di mio padre (commercialista, ndr) non sarà affascinante, ma è interessante: insegna a gestire i soldi, e alla mia età non è facile maneggiare il denaro nella maniera giusta. E, quando smetterò di giocare, mi piacerebbe restare nel calcio, ma in un ruolo diverso dall’allenatore. Con le giuste basi di economia potrei diventare direttore generale di un club”. 

IL CALCIO - “Nel mio ruolo bisogna avere idee e creatività. Si accende una lampadina nella testa e vedi una linea di passaggio a un compagno dove un istante prima non c’era. Tra il pensarlo e l’eseguirlo passa un millesimo di secondo. Ho fatto lo scientifico, quindi tanta matematica e geometria: sono materie che ti aprono la mente, acquisisci prontezza di pensiero. Ti abituano a imparare più cose velocemente. Oggi assimilo in fretta le cose che mi chiede l’allenatore. Perciò mi piace pensare che la mia formazione culturale e umana possa aver influito sul ruolo e, soprattutto, sul mio modo di giocare”. 

LA CONCORRENZA - “Io, Miranchuk e Malinovskyi siamo molto diversi. La mia qualità migliore è l’adattabilità. Gioco centrocampista, ma se mi sposto più avanti so perfettamente quello che deve fare. Sono preciso nei passaggi e so difendere. Miranchuk è brillante, ha un estro fuori dal comune. Ho visto pochi giocatori come lui. Malinovskyi possiede una forza fisica straordinaria. Ilicic? E’ il più forte che abbia mai visto. Con la palla fa tutto quello che gli viene in mente, non sbaglia mai, ha un’eleganza unica. Giocarci insieme è una fortuna”. 
GLI IDOLI - “10 anni fa erano Lampard e Gerrard, per personalità e presenza in campo. Li sognavo di notte. Il primo un po’ più fantasioso, il secondo più ‘capitano’. Il calcio inglese mi affascina, tifo Chelsea e la Premier è il campionato più bello di tutto”. 

IL BALLETTO - “Come nasce la passione? Mia sorella Carlotta fa danza e questo ha acceso la mia curiosità. L’ultimo balletto che ho visto è stato Lo Schiaccianoci, purtroppo due anni fa. La pandemia ha fermato tutto”. 

LA PLAYSTATION - “Non ce l’ho, ci giocavo quando ero piccolo. Mi arrabbiavo troppo quando perdevo nei videogiochi di calcio, da un giorno all’altro mi sono stufato e ho lasciato perdere”. 

IL LATINO - “Avevo voti bellissimi, mia nonna materna mi dava ripetizioni quasi tutti i pomeriggi. Più di una volta è successo che mi facesse fare una versione che poi mi sono ritrovato pari pari come compito in classe. Il mio motto preferito è proprio una frase latina, Gutta cavat lapidem, la goccia scava la roccia. Ci ritrovo in pieno la mia filosofia di vita e di lavoro: anch’io sono uno che piano piano, un giorno e un passo alla volta, senza farsi troppo vedere, raggiunge gli obiettivi”.