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La premessa - perché alla fine di questo articolo qualcuno potrebbe avere dubbi - è che abbiamo stima di Pioli: un allenatore preparato, una persona perbene, un professionista serio. Esattamente come Giampaolo, il quale rispetto al nuovo tecnico del Milan era meno abituato alle grandi piazze ma, nelle realtà in cui aveva lavorato, aveva mostrato un calcio efficace e spesso spettacolare.

Dettagli, comunque: la differenza tra Pioli e Giampaolo è risibile. E allora, che senso ha cambiare allenatore? Il Milan gioca male, è vero, non vola ma nemmeno precipita (in fin dei conti è a un punto dal Torino, a due dalla Lazio, a tre dalla Roma). E l’organico è quello che è: solo Boban e Maldini - e anche Giampaolo, in verità - pensavano di avere costruito un gruppo “in grado di competere con chiunque” (sono parole loro). In realtà, come sosteniamo da agosto, la squadra è inadeguata rispetto alle ambizioni e non bastano il nome, la maglia e i tifosi per vincere. Servono i campioni, che il Milan non ha.

Occorrerebbe, in realtà, anche lucidità, ma Boban e Maldini dimostrano ogni giorno di non esserne in possesso. E questo è sorprendente, perché ci aspettavamo che avessero la serenità di giudizio necessaria per gestire il rilancio del Milan. Ma - ci chiediamo - com’è possibile prendere Giampaolo, celebrarlo come l’allenatore perfetto per il rilancio, e poi buttarlo a mare dopo sette partite (l’ultima delle quali, peraltro, vinta)? Cos’ha combinato di tanto grave in così poco tempo per trasformarsi da guru in mostro? E come hanno potuto Boban e Maldini credere di avergli affidato una squadra davvero forte?

Se il Milan avesse cacciato Giampaolo per prendere un allenatore di livello decisamente più alto, un top, allora avremmo anche compreso una scelta tanto traumatica: abbiamo l’occasione di progettare il futuro con un fenomeno, dobbiamo provarci. Ma - con tutta la stima per il nuovo tecnico - se il cambio è Giampaolo per Pioli, che senso ha?

Appendice dedicata a Spalletti, che non ha trovato l’accordo per liberarsi dall’Inter (non ha voluto mollare un euro, anche allo Zenit non aveva lasciato un rublo). Non è lui l’allenatore fenomenale al quale ci riferiamo: ha conoscenze tecniche straordinarie, ma ha un carattere che lo penalizza e lo condiziona. Nelle sue ultime avventure, alla Roma e all’Inter, si è distinto perché è riuscito a litigare con i due campioni migliori con i quali ha dovuto confrontarsi, Totti e Icardi. Al Milan, almeno da questo punto di vista, avrebbe avuto un vantaggio: di fuoriclasse con cui scontrarsi non ce ne sono.

@steagresti