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Ieri il quotidiano spagnolo El Pais ha pubblicato una lunga intervista realizzata col CT della nazionale spagnola, Vicente Del Bosque (LEGGI QUI). Si tratta di un documento ricco di spunti interessanti, in cui vengono espresse delle considerazioni da ritenersi valide non soltanto con riferimento al calcio spagnolo. Del Bosque ha spaziato sui temi del calcio nazionale e internazionale, non facendo mancare un’opinione sullo scandalo che ha colpito la Fifa. E dovendo esprimere un punto di vista su Joseph Blatter si è mostrato alquanto indulgente.

Ma il passaggio che più di tutti richiama l’attenzione è quello cui viene dedicato il titolo. Secondo il commissario tecnico delle Furie Rosse, oggi per le nazionali è diventato pressoché indispensabile affidarsi a un blocco di calciatori provenienti da un singolo club. Si tratta di una tesi non inedita, sul tema del lavoro d’assemblaggio che sta dietro la costruzione di una rappresentativa nazionale. Ma Del Bosque vi ha aggiunto degli spunti di riflessione non banali, che riflettono il mutato stato delle cose con cui gli allenatori delle nazionali devono confrontarsi.
La situazione è nota. Nei campionati dell’Europa occidentale, in conseguenza dell’irrefrenabile circolazione di calciatori non selezionabili all’interno dei campionati nazionali, le possibilità di scelta date ai commissari tecnici si sono fortemente ristrette. In alcuni campionati il tasso di calciatori selezionabili che vengono impiegati con buona regolarità dai loro club scende sotto il cinquanta per cento. In condizioni del genere il ricorso agli oriundi diventa un’arma di autodifesa, ma è al tempo stesso il segno più alto della crisi di una scuola calcistica nazionale. Tanto più se capita che a essere naturalizzati siano calciatori di ordinario talento, e non certo elementi capaci di far compiere il salto di qualità a una rappresentativa nazionale.

In questo quadro di difficoltà crescenti per i selezionatori delle nazionali europee, Del Bosque ha goduto di una condizione di relativo privilegio. Per sua stessa ammissione, il CT spagnolo ha per qualche tempo ammortizzato le conseguenze dell’ondata di calciatori d’importazione grazie al fatto che i due club leader della Liga, Real Madrid e Barcellona, abbiano mantenuto in squadra fino all’altro ieri una quota accettabile di calciatori selezionabili. Ma adesso anche questa “riserva d’ispanità” va a assottigliarsi, e ciò complica parecchio il compito dell’allenatore campione del mondo 2010. Del Bosque lo dice con grande onestà, offrendo il proprio contributo al dibattito sul tema “allenatore o selezionatore?”.
Nel passaggio dedicato al tema, il CT si sofferma sul vantaggio di poter contare sul blocco proveniente da un club, ciò che al momento rimane un privilegio soltanto per la nazionale tedesca. Del Bosque sostiene che il valore aggiunto stia non soltanto nell’affiatamento fra gli uomini, ma anche e soprattutto nello stile di gioco da far adottare alla nazionale. Che è una cosa troppo difficile da costruire, specie se si tiene conto di quanto siano sempre più ristrette le sessioni di attività riservate alle rappresentative nazionali. Dunque, in condizioni del genere il commissario tecnico di una nazionale si riduce a essere gestore di gruppi e sistemi di gioco plasmati dai colleghi dei club, e deve ritenersi fortunato di trovare una base precostituita capace di garantirgli non  soltanto dei meccanismi ben oliati ma anche un’espressione calcistica ben identificata.

Le parole di Del Bosque aprono la strada a una serie di considerazioni a proposito del ruolo di CT nel calcio di oggi, sempre più globalizzato e condizionato da esigenze dei club che spingono verso la post-nazionalità. Quali sono i margini d’azione per un commissario tecnico? E è ancora valido il dilemma tra la figura dell’allenatore e quella del selezionatore, o piuttosto si sta affermando un nuovo profilo da “assemblatore”? Cioè, un gestore di risorse calcistiche (singoli calciatori, blocchi di club, moduli e stili di gioco praticati dalle squadre nei rispettivi campionati) acquisite come fossero dei semilavorati da assemblare. Un lavoro sempre meno grato e sempre più difficile, ma forse l’unico che oggi sia praticabile per chi alleni una rappresentativa nazionale.

Pippo Russo
@pippoevai