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Lo scandalo della Fifa non finisce mai. Giorno dopo giorno emergono particolari nuovi, che illustrano quanto ramificata sia la corruzione e come il potere del denaro abbia definitivamente soppiantato la ragione sportiva. L'ultimo episodio della serie è quello che riguarda l'accordo stragiudiziale tra la FIFA e Football Association of Ireland (FAI), relativamente alla minaccia di quest'ultima di portare in tribunale la vicenda del "colpo di mano" di Thierry Henry, effettuato nella gara di play off per la qualificazione ai Mondiali 2010 in Sudafrica.

L'episodio è nella memoria di ogni amante del calcio, e rappresenta uno dei passaggi di più elevata slealtà di sempre. È il 18 novembre 2009, e a Saint Denis sono in corso i tempi supplementari dello spareggio per la qualificazione ai mondiali. La gara d'andata era stata vinta quattro giorni dai francesi 1-0 in trasferta. Per la nazionale allenata da Domenech pare fatta, e invece la gara di ritorno prende una piega inattesa. Al 34' gli irlandesi passano in vantaggio con un gol di Keane. E la Francia non riesce a rimediare, vedendosi costretta ai supplementari da un'avversaria che quanto a forza fisica ha pochi rivali al mondo. Il rischio di una clamorosa eliminazione casalinga si avvicina, ma poi al 104' avviene il fattaccio. Un pallone che s'avvia verso il fondo viene mantenuto in campo da Henry con un evidente fallo di mano, e poi rimesso nel mezzo per Gallas che realizza il gol del pareggio e della qualificazione francese. Tutti tranne l'arbitro si accorgono dell'irregolarità, che viene poi amplificata dai mass media.
L'indignazione è di portata globale, e nel pieno della mobilitazione d'opinione contro una così palese ingiustizia la FAI chiede la ripetizione della partita, e poi minaccia di portare la Fifa in tribunale. E pare seriamente intenzionata a farlo. Ma poi, misteriosamente, recede. Come mai?

La risposta è emersa soltanto in queste ore. A disinnescare la minaccia di un'azione giudiziaria è stato il pagamento di un indennizzo da 5 milioni di dollari, dispensato a conclusione di un accordo riservato. A ammettere la cosa è stato John Delaney, che allora come adesso svolge il ruolo di Chief Executive della FAI. Percependo, fra l'altro, uno stipendio più elevato dei suoi omologhi italiano e spagnolo (http://www.independent.ie/sport/soccer/league-of-ireland/fai-chief-earns-250k-more-than-spain-and-italy-rivals-26872839.html). Chiacchierando con l'emittente radiofonica di stato Rte, Delaney ha ammesso questa verità, e aggiunto che si è trattato di un accordo favorevole per la FAI. E partendo da queste sconcertanti parole è il caso di fare alcune considerazioni.
Innanzitutto, c'è da dire che non credo proprio vi siano gli estremi per perseguire penalmente la transazione. Due persone fisiche e/o giuridiche hanno facoltà di transare un accordo per evitare di andare in giudizio, e il caso in questione rientra in questo perimetro. Resta da capire se un soggetto come una federzione sportiva, che promuove e rappresenta un interesse generale qual è il movimento calcistico di un paese, possa prendersi una tale libertà di transare. Specie se l'oggetto è un episodio di questo genere, lesivo di un interesse calcistico nazionale e di un diffuso sentimento popolare; e tanto più se tale accordo viene raggiunto in modo riservato anziché dando la massima pubblicità, che sarebbe dovuta perché c'è in ballo un interesse nazionale. Ma questi sono elementi sui quali dovrebbero esprimersi dei giuristi, e io non lo sono. E tuttavia, da non giurista, posso dire che per quanto possano non esservi rilievi penali per perseguire questo accordo stragiudiziale, altro discorso è quello che riguarda le responsabilità politiche e morali dei soggetti che lo hanno stipulato. I quali fanno passare l'idea che il denaro possa comprare e sanare tutto, e che ciò possa essere fatto valere anche rispetto a una palese  slealtà consumata su un campo di gara. Soprattutto, c'è l'osceno riferimento alla "convenienza" dell'accordo. Ma conveniente per chi, signor Delaney? C'era in ballo un abuso inferto alla passione calcistica di un popolo, e rispetto a questo non c'è corrispettivo in denaro che tenga. Nemmeno trenta milioni di dollari, nemmeno cento. E fatto salvo che comunque il risultato del campo non sarebbe stato rimesso in discussione, perché l'errore arbitrale anche clamoroso fa parte del gioco, il minimo che si potesse fare era inchiodare la Fifa alle sue responsabilità, e farlo attraverso i tribunali. Anche a costo di vedersi dare torto. Perché davanti a certe cause bisogna anche correre il rischio d'aver torto, piuttosto che scendere a patti. E lo dico pensando ai trentamila tifosi irlandesi che quella notte erano a Saint Denis, e hanno visto consumare lo scippo sotto i loro occhi. Il signor Delaney avrebbe il coraggio di guardarli negli occhi, uno per uno, e dir loro che quei 5 milioni sono "un accordo conveniente"? Naturalmente non lo farà. Perché così è il calcio nell'éra Blatter. Un gioco in cui una mano lava l'altra. E se ci sono quelle che stoppano palloni quasi impossibili, ce ne sono altre che si passano i foglietti su cui sono trascritte le stringhe IBAN. Così sono andate per anni le cose nella Grande Famiglia del Calcio, come al colonnello Blatter piaceva definirla nei giorni in cui si credeva eterno.

Pippo Russo
@pippoevai