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All’inizio del lockdown si diceva che la drammatica esperienza del coronavirus avrebbe migliorato l’umanità, facendole ritrovare un contatto con valori più elevati e più intimi. Ora possiamo dire che non è andata così, almeno non per tutti, e basta leggere le pagine di cronaca, dall’Italia e dall’estero, per rendersene conto. 

Sicuramente non è andata così per i padroni del calcio italiano, almeno a dar retta alle polemiche che, sottotraccia, si si sono innescate in seguito alle prime bozze di calendario in vista della ripartenza. Sottotraccia, intendiamoci, nei corridoi dei palazzi, perché a fare una polemica a cielo aperto, su un tema così futile, forse si vergognano un poco pure loro.
Perché ce ne vuole davvero tanto di coraggio a lamentarsi per il fatto che, alla ripresa, le loro squadre giocheranno tante partite in pochi giorni (ma va? Cosa si aspettavano se si vuole terminare entro fine luglio? Di giocare una volta a settimana?). Ce ne vuole di coraggio a fare, pronti via, una polemica sul calendario del calcio, mentre il Paese non è ancora fuori dall’emergenza Covid-19, mentre l’economia è in ginocchio, mentre il loro stesso mondo, quello del calcio, è in gravissima sofferenza, con decine di società dilettantistiche, e magari anche qualche club di professionisti, che non sopravviveranno a questo periodo. E a farlo dopo che per settimane si è combattuto (non tutti a dir la verità) per tornare a giocare.

E invece no, loro si lamentano perché le partite di Coppa Italia sono troppo vicine, perché si giocherà troppo e subito. E fanno sapere di essere arrabbiati. E minacciano. Anche di far giocare la Primavera (per qualcuno, è un classico). No, il virus, non li ha cambiati in meglio. Sono sempre gli stessi, vecchi, dirigenti che hanno portato il calcio italiano nelle condizioni che ben conosciamo.