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Tre giorni di puro cazzeggio durante i quali ha trionfato il vecchio e stantio vezzo della politica maneggiona e attendista. Peccato per lorsignori che la gente non ne possa più del teatrino. I ragazzi vanno e vengono dalle aule scolastiche a seconda dei fluttuanti dati Covid. Il pil nazionale, dopo una illusoria pausa di consolazione è tornato a livelli preoccupanti. L’inflazione continua a salire spingendo alle stelle i prezzi anche dei beni di prima necessità. Le famiglie attendono con terrore bollette energetiche da brividi. Come non bastasse tutto questo, notizie che mettono paura arrivano dall’estrema periferia dell’Europa dove le due grandi potenze del mondo schierano eserciti e carri armati. A Montecitorio lo speaker incaricato di leggere i nomi dei “papabili” dopo l’ultima conta snocciola, tra un “bianca” e l‘altra, quelli di Amadeus, Giletti, Rocco Papaleo, Lino Banfi e Sabina Guzzanti. Il popolo italiano meriterebbe ben altra attenzione e rispetto a fronte delle magagne che è costretto a dover sopportare.

Ne ha preso atto, con seria consapevolezza, il segretario del Partito Democratico Enrico Letta il quale ha chiesto a tutti i colleghi amici e avversari di farla finita una volta per tutte con mosse, mossette e contromosse offensive per gli elettori e, al limite, di riunirsi in conclave, buttare la chiave della stanza e uscire solamente dopo aver preso una decisione definitiva e possibilmente unitaria. Forse è stato il pensiero di dover trascorrere intere giornate e notti a pane e acqua, piuttosto che banchettare ai tavoli dei tanti ristoranti intorno ai palazzi delle Camere, a fare andare in fibrillazione i votanti. Tantè, nei corridoi del potere questa sera si annunciava, neppure troppo sommessamente, che la “questione del presidente” troverà una risoluzione domani o, al massimo, venerdì.
Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, in questi primi giorni di consultazione non si è fatto vedere in giro e neppure sentire. Un’ assenza fisica che non ha certamente impedito alla sua ”ombra” di aleggiare sopra le teste di ciascun partecipante alla kermesse elettorale. La sua ”autocandidatura”, mai ufficialmente annunciata, è il segreto di Pulcinella. Eppure, allo stesso tempo, è anche motivo di seria preoccupazione pressochè per tutti gli appartenenti ai vari partiti e, forse, anche per quelli che a parole si dicono favorevoli. Lasciando Palazzo Chigi per salire al Colle, sulla poltrona più alta e più autorevole dell’esecutivo rimarrebbe un vuoto incolmabile. Non solo, a quel punto, l’eventualità di andare subito a votare diventerebbe una necessità. E questo nessuno lo vuole, visto il momento drammatico per l’Italia e per l’Europa. Infine Draghi al Quirinale suonerebbe per l’Italia come l’anticamera di una Repubblica presidenziale come in Francia. Ma per questo occorrerebbe modificare la Costituzione ovvero il progetto che segnò la fine di Matteo Renzi.

Preso atto di questo, ma anche della volontà comune di uscire dall’impasse nel quale ci si trova, diventa facile e persino scontato immaginare che domani o al massimo il giorno dopo si arrivi al “redde rationem” e dalla insalatiera elettorale venga fuori il nome dell’uomo che per sette anni rappresenterà il nostro Paese come presidente della Repubblica. E, come sempre accade in situazioni così controverse giocate sino all’ultimo minuto, verosimilmente il personaggio in questione sarà Pier Ferdinando Casini. Una figura realmente ”super partes”e, malgrado la sua culla originale targata Democrazia Cristiana, conforme per caratura morale, per serietà dimostrata in anni di attività politica moderata ma anche progressista e, perché no, per aspetto fisico ai canoni richiesti per ricoprire un ruolo nevralgico. A suo favore, infine, l’essere di Bologna e quindi simpatico, affidabile e leale come tutti i bolognesi.