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Il 24 febbraio 2022, giorno dell’inizio dell’offensiva in Ucraina, è lontano appena cento giorni ma per il popolo russo sembra essere già passata un’eternità. Uno spartiacque che ha modificato radicalmente la quotidianità e le abitudini delle persone, che nel giro di poco tempo si sono ritrovate in un contesto sempre più isolato.

Secondo le stime della Yale School of Management, sono circa mille le compagnie occidentali che si sono ritirate dal Paese oppure hanno ridotto o sospeso le loro operazioni da quel fatidico giorno. Dior, Fendi, Louis Vuitton ma anche Gum, Ikea e McDonald’s: questi sono solo alcuni dei grandi brand che hanno deciso di condannare l’invasione e di sospendere gli investimenti in un Paese che sembra voglia sfidare l’Europa intera. Un ritorno al passato direbbero in molti, ai tempi in cui l’Unione Sovietica giocava il ruolo di controparte dell’Occidente durante la Guerra fredda.

Sì, perché dopo trent’anni di integrazione economica, la Russia è tornata ad essere un mondo a parte, un universo parallelo rispetto al resto d’Europa. E d’ora in poi dovrà iniziare a fare i conti con gli effetti delle sanzioni imposte dai Paesi occidentali. Non è un segreto che la Russia importasse un’alta percentuale di materie prime da questi ultimi e che non fosse mai stata autosufficiente su più livelli e forte dal punto di vista della specializzazione produttiva.
Pezzi di ricambio delle automobili, prodotti casalinghi e cosmetici, carta e farmaci salvavita sono alcuni dei prodotti che iniziano a scarseggiare nei vari centri di acquisto di un Paese che, già prima dell’inizio della cosiddetta “operazione militare speciale” non navigava in acque tranquille, ma che ora potrebbe vedere sprofondare ancor di più la propria economia e colpire le classi meno abbienti (secondo alcuni esperti il tasso di inflazione potrebbe schizzare al 17% nel corso del 2022). Sintomatico di questa situazione è l’aumento dei fartsovshchiki, i commercianti in nero, e la ricomparsa dei chelnoki (dal nome della spola che muove l’ago avanti e indietro sui telai), che negli anni ’90 andavano all’estero ad accaparrarsi le merci mancanti per poi rivenderle in patria.

Gli stessi cittadini stanno iniziando ad avere la percezione del pericoloso cambiamento in atto che, sommato all’impossibilità di costruire una voce discordante al regime, sta spingendo molti di loro a pensare ad una fuga. Fuga che però è resa complicata dalle limitazioni nello spazio aereo e dalle restrizioni sul rilascio dei visti varate da Ue, Usa e Canada. Una situazione che, dunque, potrebbe diventare sempre più pesante e innescare una grave crisi interna ma che, al tempo stesso, potrebbe convincere il Cremlino a giungere ad un compromesso e fermare l’eccidio.