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L’argentino Mauricio Pochettino, il portoghese Paulo Sousa, il serbo Dejan Stankovic e il tedesco Thomas Tuchel, citati in ordine alfabetico. Sono questi i nomi dei possibili sostituti di Simone Inzaghi sulla panchina dell’Inter, se nella prossima sosta di metà novembre i nerazzurri non saranno usciti dal tunnel della crisi in cui si sono infilati con tre sconfitte (e tre gol al passivo) nelle prime sette giornate di campionato. Perché ormai una cosa è certa: quella è la scadenza, più o meno esplicita, che la società ha fissato per decidere l’eventuale esonero del tecnico nerazzurro.

Premesso che nessun tifoso dell’Inter dovrebbe tifare per un’ipotesi di questo tipo, è del tutto normale - e aggiungiamo anche doveroso - che la società pensi al cosiddetto piano B, ferma restando la speranza di non attuarlo mai. E allora è altrettanto normale cercare di capire chi potrebbe essere il tecnico in grado di rilanciare Handanovic e compagni, per inseguire lo scudetto che rimarrà il primo obiettivo della stagione, visto che la Champions sembra un sogno proibito per tutti. Se davvero si rendesse necessaria la sostituzione di Inzaghi, come in una casa dove c’è un principio di incendio bisognerebbe chiamare un pompiere e non un architetto, per salvare il salvabile prima di pensare a progetti per i futuro. Ecco perché, al di là dei tanti nomi che sono già circolati sulle bocche dei tifosi, l’uomo giusto al posto giusto sarebbe Claudio Ranieri.
Immaginiamo che qualcuno reagisca dicendo che è vecchio, oppure che ha già fallito all’Inter, ma in entrambi i casi il tecnico romano sarebbe in grado di far cambiare idea a tutti. I suoi 70 anni portati con giovanile entusiasmo, infatti, sono intrisi di esperienza e successi, perché Ranieri non è stato soltanto l’artefice del miracolo Leicester. Trent’anni fa, proprio in questi giorni di settembre, guidava il Napoli in coppa Uefa che stravinse 5-1 a Valencia. E nel 2008, sulla panchina della Juventus, festeggiò in Champions un clamoroso 2-0 sul campo del Real Madrid, con doppietta di Del Piero uscito tra gli applausi del “Bernabeu”. Per non parlare della sua esperienza internazionale in Spagna, in Inghilterra, in Francia, fino all’ultima salvezza anticipata con la Sampdoria. Ma soprattutto non va dimenticato che nel 2010, l’anno del “triplete” dell’Inter, fece più punti di Mourinho e non vinse lo scudetto alla Roma, soltanto perché il suo campionato incominciò alla terza giornata, con la squadra a quota zero dopo l’esonero di Spalletti.

E’ vero che poi, due campionati più tardi nel 2011-2012, rimase poco all’Inter, ereditata da Gasperini al penultimo posto dopo quattro giornate e lasciata a Stramaccioni a otto dalla fine, malgrado sette vittorie consecutive, derby compreso. Ma quella era un’altra Inter, ormai a fine ciclo, che infatti non ha più vinto nulla fino a due anni fa, in cui Moratti non ebbe pazienza di lasciar lavorare Ranieri. Stavolta è diverso, perché l’equilibrio di Marotta, che infatti non ha voluto esonerare Inzaghi, garantirebbe più tranquillità a Ranieri. E siccome, più dei tanti colleghi stranieri, conosce il campionato italiano e non cerca di inventare il calcio, sarebbe lui l’uomo ideale per restituire serenità ed equilibrio a un gruppo che appare smarrito. Con una considerazione finale legata alla durata dell’eventuale contratto di Ranieri, o di chiunque arrivi. Perché la recente esperienza ha dimostrato che è un errore prolungare i contratti degli allenatori d’estate. Se l’Inter avesse aspettato a prolungare quello di Inzaghi, il 21 giugno scorso, alzandolo da 4 a 5,5 milioni netti, non sarebbe costretta a pagarlo fino al 2024 in caso di esonero. Un errore già commesso durante l’estate del 2018, quando fu prolungato il contratto di Spalletti, che così rimase due anni a spasso pagato dall’Inter e anche per questo declinò l’offerta del Milan, che poi ripiegò su Pioli. Ma questa è un’altra storia, come quella di Inzaghi. In attesa di sapere se davvero riuscirà a risollevare la squadra, evitando di lasciare la panchina a Ranieri o a chissà chi.