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Nessuno dubitava sul rinvio a giudizio di Rui Pinto. E ciò è avvenuto nella giornata di venerdì 17 gennaio, quando il Tribunale di Lisbona ha deciso infine di mandare a processo colui che viene indicato come l'unico motore dell'operazione Football Leaks, l'imponente pubblicazione di documenti riservati che ha mandato in crisi il calcio globale e provocato importanti conseguenze in termini di inchieste giudiziarie e fiscali.

Su richiesta del pubblico ministero Cláudia Pina, il trentunenne portoghese dovrà rispondere in tribunale per 93 crimini. Una cifra nettamente al ribasso rispetto ai 147 che erano stati ipotizzati nella prima fase. I 54 presunti illeciti che sono stati lasciati decadere riguardano violazioni di corrispondenza informatica per le quali le vittime non hanno presentato denuncia. Per quanto riguarda quelli che invece saranno giudicati durante il processo, la maggior parte riguarda accessi illeciti ai sistemi informatici e violazioni di corrispondenza. Ci sono poi un'accusa di sabotaggio informatico e quindi quella più grave: tentata estorsione.

Quest'ultima accusa riguarda un oscuro episodio che coinvolge Doyen Sports Investments, il fondo maltese specializzato nella compravendita di diritti economici di calciatori guidato allora dal portoghese Nelio Lucas Freire. Che quella circostanza sia stata un tentativo di estorsione è negato da Rui Pinto e da colui che in quei giorni era il suo avvocato, Aníbal Pinto. Anche l'avvocato si è ritrovato rinviato a giudizio, ciò che ha lasciato perplessi molti esperti di codici. Va inoltre sottolineato che l'accusa di tentata estorsione è lo strumento che ha consentito di seppellire vivo Rui Pinto in carcerazione preventiva dal mese di marzo 2019. Una situazione sconcertante, da Portogallo salazarista, che nel paese non ha suscitato l'attenzione dovuta.

In generale, il Portogallo ufficiale mostra un atteggiamento di rimozione, se non proprio di fastidio, verso il ragazzo che ha messo in pubblico il vizio del calcio globale per l'offshore e la scalata al potere dei super-agenti effettuata con la compiacenza dei massimi dirigenti di federazioni, leghe e club.

Eppure, secondo la sua accusatrice, il creatore di Football Leaks non sarebbe un whistleblower. “Un whistleblower agisce in buona fede e comprende che l'interesse generale è superiore all'interesse personale” ha affermato.

Come se mettere a rischio la propria libertà per rendere visibili documenti di pubblico interesse fosse un'esigenza personalistica. Che strana concezione di verità e giustizia hanno in Portogallo.