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Prendete appunti, saranno utili. Il valore di ogni squadra dipende da quattro giocatori fondamentali: portiere, difensore centrale, regista e centravanti. La Juve si poggia su Buffon, Bonucci, Marchisio e Tevez. Il Milan si è opposto con Diego Lopez, Mexes, De Jong e Menez. L’Inter invece ha puntato su Handanovic, Ranocchia, Medel e Icardi. Lasciate stare gli altri sette e anche le rose complete, più o meno ampie. Successi e insuccessi si basano sui quattro che formano la colonna vertebrale. Con i Fantastici 4, si vince. Con 4 amici al bar, si lotta. Con 4 gatti, si perde.

Esempi coloriti e un po’ ironici, ma concetti seri e perfino seriosi. Per l’anno prossimo, il Milan ha solo la garanzia del portiere: Diego Lopez è un parametro zero che vale tantissimo. Il Mexes di quest’anno ci può stare, pur mettendo in conto una follia all’anno tipo Mauri strozzato. De Jong sembra la versione rossonera di Medel: grinta, cuore e calci ci sono; però mancano i piedi ed è un particolare sinceramente non secondario. A dispetto dei gol, Menez è invece il grande equivoco da risolvere: solo una squadra (il Barcellona) e un fuoriclasse (Messi) possono permettersi l’eccezione del “falso nueve”. In tutti gli altri casi, giocare senza centravanti diventa l’anti-calcio.

L’Inter deve cambiare il portiere, perché Handanovic è andato (con la testa) già altrove e quest’anno ha chiuso in negativo il conto miracoli-papere. Anziché un grande vecchio tipo Cech, meglio il giovane Di Gennaro che da un paio d’anni in B va fortissimo. Ranocchia è bravo più di quel sembra, ma non tanto da diventare garanzia. Medel pare la versione nerazzurra di De Jong: vedi sopra, copia e incolla. E infine Icardi che, almeno lui, è sicurezza anche in prospettiva.

Le milanesi hanno quattro punti di ripartenza per rincorrere la Juve di Buffon, Bonucci, Marchisio e Tevez. Ma modi e tempi differenti: l’Inter fa tutto in fretta, il Milan agisce con lentezza esasperante.
La squadra più internazionale, di nome e di fatto, dal presidente indonesiano in giù, ascolta solo Mancini che su acquisti&cessioni si atteggia da vecchio milanesone “ghe pensi mi”. Pensa e decide tutto lui. E va detto che il patto d’onore con Yaya Tourè è già un gran colpo, per migliorare i quattro giocatori cardinali.

Fu rivoluzionario trent’anni fa, ma il Milan attuale fatica invece a scaricare qualsiasi aggiornamento di calcio 2.0. Berlusconi rallenta nella cessione del club. Galliani frena nella scelta dell’allenatore. E tutto si stoppa di conseguenza. Il destino di Inzaghi è segnato (a proposito: Squinzi non lo prenderà mai al Sassuolo). Ma in fila per la panchina che verrà, ci sono tecnici di ogni età, caratteristica e tipologia. E confusione. Il primo è stato Sarri, il “nuovo Sacchi” di Empoli. Poi Mihajlovic che piace da quest’anno. Un po’ di Spalletti che piaceva ai tempi della Roma. Tanta nostalgia di Ancelotti, ed è inutile spiegare perché. Ma siccome “certi amori non finiscono” si può canticchiare e adattare ovunque, anche a Siviglia, è tornato di moda Emery che sembrava solo un flirt estivo di qualche tempo fa. Ma sono allenatori assolutamente diversi tra loro. Le idee tattiche non coincidono, le richieste di mercato nemmeno. Eppure il destino di Inzaghi è già segnato, e non ci starebbe male una decisione tempestiva su chi prenderà il suo posto in panchina.

Un allenatore bravo, più quattro giocatori fondamentali. Così si costruiscono le squadre e si notano le differenze. Tutti lo sanno. Solo che l’Inter va troppo di fretta e il Milan va troppo lento. La Juve, semplicemente, va.

Sandro Sabatini
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