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L’orrore di una giornata come quella di ieri non lo cancelli. Non lo lavi via con una doccia, non lo pulisci sognando arabi, sceicchi, miliardari americani o tutto il contorno. Sapete perché? Perché Sampdoria-Monza è la punta dell’iceberg. Non è un acme episodico, un caso, una situazione nata da un campionato storto, drammatica finché volete a livello sportivo ma raddrizzabile in qualche modo. In realtà, Sampdoria-Monza è un punto di arrivo. E’ la piana su cui irrompe la slavina innescata in una maledetta estate di 8 anni fa, ruzzolata giù per i pendii addirittura per più tempo del previsto, puntellata con qualche trucco o espediente, rallentata sul cammino da un paio di alberelli sporadici, strappati via dalla forza distruttrice della valanga. Oggi la frana è arrivata a fondovalle. Con buona pace di tutti quelli che per 8 anni hanno glorificato lo sfacelo, attaccando gli scettici, i disfattisti, i pessimisti, i dischi rotti. Indovinate un po’? Sono stati i primi a mettersi in salvo.

Paga Giampaolo, ed è naturale che sia così. La Sampdoria squartata dal Monza è stata semplicemente orrenda. L’esonero, oggi, era l’unica strada percorribile. Va contestualizzato, però, come tutto nella vita: la Samp in altre partite, disastrose alla pari di Samp-Monza sotto l’aspetto del risultato, aveva se non altro abbozzato una sorta di reazione. Persino a Spezia, tanto per fare un esempio. Ieri, invece non si è visto nulla di tutto ciò. I calciatori blucerchiati pascolavano sul campo, mentre i brianzoli li massacravano dal punto di vista tecnico, atletico e mentale. Al Ferraris si è avuta nettamente l’impressione di una squadra in attesa del fischio finale per correre nella tana, a piangersi addosso e leccarsi le ferite

Giampaolo ha le sue responsabilità, è evidente. Io sono, ero e resto un suo fan, è semplice cambiare idea a seconda del vento, ma le banderuole non mi piacciono. Penso fosse l’uomo giusto al posto giusto nel momento sbagliato. L’ho ammirato quando, l’anno scorso, in piena tempesta e senza garanzie di sorta ha abbracciato la Samp nel bel mezzo della bufera. Quello, signori, è stato un atto d’amore, a prescindere dalla vuota retorica riproposta da qualcuno sugli 1,2 milioni a stagione, è il discorso più qualunquista e populista che si possa fare. Le frasi fatte e la banalità non le sopporto. Trovatemi un altro professionista che lavori gratis in Serie A. Quando ha sposato il Doria, temevo l’epilogo puntualmente concretizzatosi, un paio di mesi tremendi capaci di spazzare via una storia pluriennale da ricordare.

Per quanto mi riguarda, Giampaolo lo ringrazierò sempre. Grazie per non averci fatto perdere neppure un derby, grazie per averci mostrato nel quadriennio a Bogliasco alcune delle migliori partite della Samp nel Medioevo in cui è precipitata, grazie per averci riportato un capocannoniere dopo millenni e grazie per averci regalato, il 30 aprile scorso, la sola gioia sportiva pura in 8 anni da incubo. Una volta sedimentata la rabbia per questo avvio di campionato orripilante, sono sicuro che rimarrà tale ricordo. 
Adesso, però, cambiare era l’unica opzione. Un allenatore delegittimato davanti alla squadra fa poca strada, e Giampaolo era stato già detronizzato dopo Spezia. Una fiducia ad orologeria è sempre una soluzione monca, serve soltanto a farti perdere tempo, settimane preziose di lavoro e valutazioni. Non è un discorso di moduli, o di disposizione in campo: la Samp è stata inguardabile con il 4-5-1, con il 4-3-1-2, con il 4-1-4-1 e pure con il 4-3-3 di ieri. Poca grinta, poca capacità di entrare nella testa dei giocatori e toccare i tasti giusti? Può essere. Di sicuro Giampaolo ha sbagliato molto, gli vengono imputati inserimenti tardivi di giocatori, poco coraggio in alcuni casi, mancanza di intraprendenza nel lanciare i nuovi. Ci sta. Ma tanti degli errori sfoderati ieri dalla Samp sono mancanze tecniche. Avrò contato una decina di stop sbagliati, e almeno 20 passaggi semplici fuori misura. Sono cose che non alleni, fondamentali che dipendono dalla qualità degli interpreti e dalla loro tranquillità interiore.

Esonerare l’allenatore è l’extrema ratio, ma andrebbe rivisto anche il sistema di responsabilità nei confronti di calciatori e dirigenti. Anche perché Giampaolo, a luglio era stato chiarissimo, quasi profetico. “Ora va tutto bene siamo in estate, quando però iniziano le partite si stringe il culo a tutti. Ai miei direttori Osti e Faggiano ho detto, ‘sceglieteli voi i calciatori da prendere, ma se poi mi esonerano, venite via con me’. Bisogna stare molto attenti, perché il patrimonio della società è la Serie A. Il Monza sta facendo una squadra forte, e anche tutte le altre nostre dirette concorrenti si stanno muovendo sul mercato”. Rilette ora, sembrano una profezia.

L’esonero di Giampaolo, lo ripeto a scanso di equivoci, era l’unica scelta possibile. Non vorrei far passare il concetto sbagliato. Ma temo anche che sia come tentare di chiudere una crepa in un muro con un cerotto. Le venature strutturali, annunciate e sbandierate da anni, ormai sono vere e proprie voragini. Ci sarebbero migliaia di segnali indicatori dello sbando completo in cui si sta muovendo il comitato di salute pubblica doriano. Uno, il più macroscopico, è la presenza di Romei di fronte alle telecamere ad annunciare l’esonero, e non di Lanna, un altro è il giorno di riposo concesso oggi alla squadra. I dettagli citabili sarebbero migliaia e, francamente, oggi non ho voglia di ripercorrerli tutti. Al nuovo tecnico della Samp, chiunque esso sia, auguro le migliori fortune. Soprattutto, spero con tutto il cuore che riesca nel miracolo che Giampaolo non è stato capace di compiere. Però, i veri bersagli stanno più in alto, in un punto di osservazione privilegiato, dove la valanga non può travolgerli. Ora che sono senza rete anti slavina, però, dovranno esporsi. Il conto va chiesto pure a loro.

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