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Nervoso. E deluso. Così non resta che prendere atto di una Juve che non è ancora la sua Juve, forse non lo sarà mai. Parlando pure di arbitri, non tanto e non solo di due rigori che potevano starci, ma sottolineando come sia differente il metro arbitrale tra Italia ed Europa. Peggio forse non poteva arrivare Maurizio Sarri al derby d’Italia e dei veleni contro l’Inter di Antonio Conte e Beppe Marotta. Come se lo spettro di una partita a porte chiuse non bastasse, la Juve anche a Lione si è scoperta fragile: senza idee, senza gioco, senza personalità. Che compie passi indietro anziché farne in avanti. A Lione si è vista forse la peggior Juve della stagione, sicuramente lo è stata se rapportata al momento del cammino e al fatto che ora non si può più fallire. 
DOPO LIONE - Era un esame di maturità della squadra, di padronanza del gruppo per Sarri. Entrambi falliti. Nervoso e deluso. Così è Sarri ai microfoni e pure in conferenza stampa. Forse non può essere altrimenti. Nemmeno preoccupato, ma proprio nervoso e deluso. Perché quello che chiede è “solo” che la palla giri alla velocità che vuole lui, lo chiede e non lo vede. E non capisce perché. Continua a ripetere lo stesso ritornello dopo quasi ogni partita, questa volta fa ancora più rumore, soprattutto il fatto che non sappia trovare soluzioni, come se fosse finito il tempo per adattarsi lui o i margini per farlo ancora. La Juve non lo segue, non lo capisce, non ci riesce ad andare oltre un certo segno. Parlare dei rigori da campionato italiano e non da Champions, poi, è un altro messaggio controverso difficile da decifrare. Risponde pure piccato a chi gli chiede come mai la squadra non risponde alle consegne, parlando di pura “invenzione”, semplicemente “farlo a cento all’ora è diverso che farlo a dieci, è un difetto enorme”. Ma a fine febbraio ancora non c’è soluzione, cosa ancor più grave non c’è spiegazione. Così cresce la delusione è la frustrazione. Così Sarri lascia Lione e arriva alla sfida con l’Inter nervoso e senza la squadra in pugno.