Spalletti, l'antipatico. La parte nella commedia dell'arte che a ciclo continuo recitano gli allenatori è sua. La parte dell'antipatico. Ma se la merita? Spalletti a Roma è l'anti Totti, molto peggio che l'anti cristo. Quindi a Roma neanche porla la domanda, a Roma Spalletti proprio non lo...reggono. Ma, a parte Udine dove è come una madeleine del tempo perduto, anche fuori del Gra (raccordo anulare della Capitale) non è che Spalletti lo vivano come un simpaticone. 

Sarà per quel suo parlare oracolare: sembra sempre stia per, per, per... Per annunciare, afferrare qualcosa con parole che poi volano via in ghirigori complessi come le nuvole in cielo. E come le nuvole in cielo le frasi, il parlare di Spalletti non dice. Allude, evoca, disegna qualcosa che sempre muta già mentre è come è. Come le nuvole. Spalletti, il suo parlare oracolare e anche quell'aria sempre da scocciato, scocciato dal dover parlare. Eternamente infastidito e metteteci anche una robusta e acclarata dose di permalosità e avrete come risultato l'immagine di Spalletti l'antipatico. (Ovviamente qui si parla del personaggio pubblico, in privato come spesso capita è tutt'altra storia). 

Ma se la merita Spalletti la parte dell'antipatico nella commedia dell'arte che impegna gli allenatori? Prima di lui c'è stato un altro grande antipatico (c'è ancora, prima o poi tornerà in scena): Conte. Antonio Conte, non Giuseppe che anzi recita su altro palcoscenico la parte dell'amicone-simpaticone. Antonio Conte quando parlava era un gessetto che strideva sulla lavagna. E quanto piaceva ad Antonio Conte fare la vittima, la vittima era la sua performance migliore in scena. Una parte teatrale recitata alla perfezione da un grande allenatore. Domanda: se l'era scelta la parte o gli è venuta naturale?  Parti in commedia scelte da chi le interpreta o interpretate d'istinto? Quella del bulldog bagnato e arruffato e un po' bastonato di Gattuso. Quella del ragioniere fattosi manager, del medio man fattosi potere di Allegri. Quella dell'insicuro che si dichiara certo di se stesso che sempre umanissimamente spunta, fa capolino dietro ogni post e pre partita di Di Francesco. 
Quella del compagnone di tavola e di divano e, perché no, anche di viaggi e vacanze che incarna Ancelotti (tranne che a Torino sponda Juve). Ancelotti, la parte in commedia del simpatico. Quella che quasi quasi anche Gasperini, però gli viene bene a tratti l'interpretazione. 
Parti in commedia che recitano davanti alla tv soprattutto, talvolta parlando con i giornali, talvolta per i fotografi in campo. Parti in commedia, vai a sapere come sono davvero, vai a sapere se la recitano solo la parte o la meritano in toto. 

Allenatori, il loro vestirsi e atteggiarsi nel circuito della comunicazione e nella dimensione dell'immagine...e i buu al negro e il Vesuvio lavali canti liberi allo stadio tanto una partita non va mai sospesa, Salvini dixit? 
E nella Capitale dove si sono ingelositi di tanta pubblicità agli ultras di Inter e Napoli e hanno organizzato quelli della Lazio una festa con assalto alla polizia e quelli della Roma un volantinaggio-affissione contro ebrei/laziali/napoletani stessi colori? 
No, lasciamo perdere. Parliamo d'altro che la realtà stufa e stanca. E poi c'è il rischio concreto che a parlarne qualcuno ti dia per iscritto niente meno del qualunquista. Dio solo sa cosa voleva dire chi ha bollato come qualunquista il parlare delle donne nello stadio di Gedda-Arabia. Qualunquista, cioè dire la qualunque? Magari un vocabolario, ogni tanto, magari di nascosto, di nascosto perfino da se stessi...