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    La rivincita di Spalletti si chiamerà scudetto

    La rivincita di Spalletti si chiamerà scudetto

    • Giancarlo Padovan
      Giancarlo Padovan
    Persino i suoi detrattori più accaniti hanno dovuto ricredersi. Luciano Spalletti, oltre ad andare a conquistare il primo, meritatissimo, scudetto della sua carriera, è l’allenatore che più di ogni altro (perfino più di Sarri) ha messo un marchio personale sul Napoli dominatore assoluto del campionato. Tutti, chi più chi meno, l’aspettavano al varco di gennaio, alla ripresa del campionato, dopo la sosta per il Mondiale, ben sapendo che molte delle squadre allenate da lui in carriera calavano alla distanza. Questa volta non solo non è stato così (episodica la sconfitta con l’Inter a Milano), ma addirittura il divario con le seconde è aumentato a tal punto (più tredici punti) da far ritenere chiuso il campionato già ai primi di febbraio.

    Sul tavolo, dunque, restano due domande fondamentali: cos’è accaduto a Spalletti per riuscire a vincere il suo primo scudetto in Italia solo a 63 anni? E cosa ci ha messo di più e di meglio di quanto non abbiano fatto Pioli (la stagione scorsa), Allegri (negli anni d’oro con la Juve) o Simone Inzaghi che, pur incamerando coppe e supercoppe, non ha ancora vinto un campionato? Luciano è un contadino che guarda alle lune. Prima di tutto alle sue che, spesso, sono storte, consegnando alle cronache un personaggio a volte criptico, a volte picaresco. Non si capisce quasi mai dove voglia andare a parare e neanche con chi ce l’abbia. Perché è chiaro che ce l’ha sempre con qualcuno e che sempre qualcuno ce l’ha con lui.

    I rapporti con i tifosi, per esempio, sono spesso umorali. A Roma ancor’oggi lo fischiano e lo insultano perché ebbe il coraggio di mettere fuori Totti. Adesso è grande amore con la piazza di Napoli, ma nella primavera di un anno fa, quando il Napoli, quasi come l’Inter, si suicidò nella corsa al titolo, spopolava lo Spalletti-out e anche De Laurentiis aveva dei dubbi se continuare con lui in panchina. In estate gli ha dato in mano una squadra tutt’altro che irresistibile lanciando, dal palco del ritiro di Dimaro, non una provocazione (come a prima vista sembrava), ma una sfida: “Questo Napoli lotterà per lo scudetto”.

    Spalletti ha incassato e taciuto, da buon aziendalista ha cominciato a lavorare. Ora, per come li conosco io, tutti gli allenatori lavorano tanto, ma Luciano in quasi cinquant’anni di calcio (prima giocato e poi diretto), aveva più materiale degli altri: Empoli e la provincia, Roma due volte, la plurivittoriosa campagna di Russia, l’Inter, una lunga pausa in cui aveva studiato e rifiutato il Milan. Aveva più appunti, più dettagli, più esperienza e qualche scommessa presa (e persa) con se stesso. Spalletti ha fatto tabula rasa e si è speso giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, come se fosse un principiante, come se non avesse vinto niente, come se dovesse dimostrare di meritare il contratto che aveva o altri che sarebbero potuti arrivare. Uno spirito da contadino, quale è, che lo ha guidato nel tempo della semina e dell’attesa. Sapeva che per incidere un allenatore deve migliorare i suoi calciatori. E così, partiti Koulibaly, Fabian Ruiz, Insigne e Mertens ha lavorato per rendere più bravi tutti gli altri da Meret a Rrahmani, da Mario Rui a Di Lorenzo. Ha fatto diventare Lobotka uno dei più forti centrali di centrocampo d’Italia e rivitalizzato Zielinski. Poi ha messo in stretta connessione Kvaratskhelia con Osimhen e ha consegnato alla squadra lo spartito del gioco.

    Cos’ha il Napoli più delle altre grandi? Il gioco, l’espressione corale, la varietà dei movimenti, la vasta gamma delle costruzioni e delle conclusioni. Non siamo al calcio laboratorio di Lobanowski, ma a quello programmato di un allenatore che ha saputo prendere da tanti colleghi ed elaborare per sé solo. La sua squadra gioca secondo i canoni di un 4-3-3 abbastanza classico. La novità è l’aggressione alta, la trama articolata e precisa, la velocità di esecuzione e di corsa. Se non lo vogliamo chiamare calcio totale, accettiamo almeno che sia calcio completo perché alla tattica (e alla tecnica) si aggiunge l’etica: il coraggio, la necessità di costruire, la bellezza come mezzo e non solo come fine. Non so se Spalletti aprirà un ciclo, di sicuro ha chiuso un cerchio. Quello intorno a se stesso e al suo bisogno di capire.

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