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Si è tenuta allo stadio Olimpico Grande Torino la conferenza stampa di presentazione del progetto benefico “Prendiamo a calci la malattia e vinciamo la coppa” nato dalla collaborazione del Torino, l'UGI (una Onlus che si occupa dall'assistenza alle famiglie e ai bambini malati di tumore) e l'Oncoematologia pediatrica dell'ospedale infantile Regina Margherita. Il progetto prevede la creazione di una squadra, chiamata “100%” composta da ragazzi dai 15 ai 19 anni guariti dalle malattie oncologica avute. A presentare il progetto era presente anche il difensore Emiliano Moretti, da anni molto sensibile alle iniziative di casa UGI. 
"Noi calciatori che abbiamo avuto la fortuna di fare della nostra passione un lavoro siamo in obbligo a dover pensare anche ad altre cose – ha esordito il difensore granata - Molto spesso si fanno senza raccontarle. Ci tengo a ringraziare tutti quelli che hanno permesso a quest'idea, nata quest'estate, sia ora diventata realtà. Qualche anno fa, come Torino siamo andati in visita a casa UGI e quando entri in certe realtà non resti indifferente. Da lì è nata una scintilla e cerchiamo di fare qualcosa, il nostro è però solo un umile appoggio".
Moretti ha poi parlato anche del suo Torino, dell'inizio di stagione e degli obiettivi della squadra. "Non sono un tipo a cui piace fare proclami, mi piace vedere le cose in maniera equilibrata. Questa squadra ha sposato in pieno il modo di lavorare dell'allenatore, ogni giorno cerchiamo di migliorare. Poi vedremo più in là dove saremo, gli obiettivi potrebbero poi non essere raggiunti o essere anche superati. In queste prime tre giornate di campionato potevamo fare qualcosa in più, nonostante abbiamo trovato squadre di livello. Siamo coscienti di questo, qualcosa lo abbiamo buttato via. Tra i nuovi ci sono dei ragazzi che mi hanno molto colpito, ma non faccio nomi".
Moretti anche quest'anno è uno dei pilastri della squadra granata: "La parola titolare mi piace poco, in un gruppo definire titolari e non penso non sia corretto. Cerco di fare il mio lavoro al massimo delle mie possibilità, poi il fatto di giocare o no è una scelta dell'allenatore. Il nostro compito è quello di creare al mister più difficoltà possibili nelle scelte, la competitività che c'è tra di noi è davvero sana, perché abbiamo instaurato un ottimo rapporto anche di collaborazione. Io cerco di fare il mio, mi metto a disposizione degli altri, così come fanno i miei compagni di squadra. In questa squadra c'è un'unità di intenti, se non ci fosse non potremmo chiamarci squadra. In un gruppo vero quando ci si mette una maglia si pensa agli altri con la stessa maglia come ai dei fratelli, così come squadra si possono raggiungere degli obiettivi”.
Poi sul suo futuro: “La nostra è una professione di un certo tipo, molto spesso ci sentiamo molto di più di quello che in realtà siamo. Quando arriva il momento fatidico in cui devi smettere diventa complicato rimetterti in una realtà diversa da quella in cui hai vissuto negli ultimi vent'anni. Se riesci a capire che sei solo un calciatore, diventa più facile. Io ho avuto la fortuna di allungare questo momento fino al 30 giugno. Poi vediamo".
Infine su Sirigu: “Sirigu? Se farlo giocare o no in Nazionale non spetta fortunatamente a me deciderlo, ma sono felice di essere un suo compagno. E' un ragazzo che lavora come un matto, è un esempio per tutti perché ti trascina e ti fa lavorare".