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Ancora un poco di pazienza. Come sostiene Marcello Lippi, giusto il tempo che si giochino le finalissime europee e poi si saprà il nome dell’uomo che allenerà la Juventus dalla prossima stagione. Al momento, salvo sorpresona dell’ultimissima ora, la rosa dei papabili pare essersi ridotta di parecchio lasciando intendere che la volata finale vedrà i soli Sarri e Mourinho a contendersi la panchina bianconera con i favori del pronostico a vantaggio del tecnico italiano.

Il popolo del calcio si interroga curioso. “Due “antijuventini” per la Juve, è mai possibile? Che mondo!”. Già, che mondo! Ma soltanto ragionando sui modelli e gli stili di vita del passato. Oggi, calcio o non calcio, la quotidianità dovrebbe averci fatto prendere atto che non vi è nulla di impossibile o di sfacciatamente esagerato. Chiaro che ci dovrebbe essere un limite a tutto. E il limite oltre il quale non si dovrebbe andare, nel caso che ci riguarda, è rappresentato a mio avviso da quelle “manette” che il tecnico portoghese allora all’Inter mostrò pubblicamente per “denunciare” la presunta connivenza della società bianconera con i poteri forti.

Vero che, come si dice, le parole talvolta feriscono più della spada. Ma quello non fu soltanto un gesto plateale, semmai il manifesto con il quale Mou dichiarava la propria e totale avversità ideologica rispetto all’avversaria degli “zero tituli”. Un atteggiamento che, mi pare, vada a fare il paio con il “tradimento” di Antonio Conte consumato dopo appena due settimane di ritiro pre-campionato. La storia impone di ricordare perlomeno altri due allenatori “antijuventini” che poi accettarono di lavorare per la società bianconera. Marcello Lippi il quale promise al babbo morente che lui mai sarebbe andato alla Juve e che poi portò una rosa rossa sulla sua tomba per chiedergli scusa. Fabio Capello che, dipendente della Roma, definì con spregio “una cosca di salesiani” gli uomini del palazzo bianconero. Poi divenne il “rettore” di quel collegio.

Anche Maurizio Sarri, quando era a Napoli, si fece notare per una certa forma di orticaria allorchè si trattava di bianconero. Il tutto, però, rimase circoscritto dentro i confini di quella normale rivalità agonistica la quale, nei momenti di rialzo adrenalinico provocato dallo stress, porta a dire anche ciò che in realtà magari non si pensa. In caso contrario Sarri, uomo ideologicamente liberale e democratico, mai avrebbe urlato a Mancini di essere un gay. Semplici sfoghi, certamente non troppo eleganti, che comunque non inficiano il valore professionale di chi talvolta cede alle sollecitazioni della pancia.

La questione, invece, a mio avviso andrebbe letta con spirito differente. In maniera da cogliere la sostanza del possibile evento lasciando da parte le ragioni di forma. A Sarri potete chiedere tutto ma non che dismetta la sua tuta da lavoro, eviti di accendesi una sigaretta dietro l’altra, si astenga dall’abitudine di intercalare con qualche moccolo come ciascun toscano che manco si rende conto di bestemmiare.

Ecco, se la Juventus deciderà che sarà Sarri il suo prossimo allenatore vorrà dire che si è convinta di dare vita, con successo, ad una “rivoluzione” la quale non terrà in conto il suo trascorso di Vecchia Signora un poco sabauda sempre molto attenta alla preservazione di uno stile rigoroso e al mantenimento di un’immagine altrettanto gessata. Come dire che smetterà lo smoking per infilarsi jeans, in questo caso rappresentati dalla tuta di Sarri. 

E con lui anche la massima bonipertiana “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta” verrebbe stiepidita dalla filosofia di un tecnico il quale ha il coraggio di dire che “ero un fanatico delle tattiche, ora bado molto più al gioco e allo spettacolo perché soltanto tirando fuori il bambino che si nasconde in ciascuno di loro e che vuole divertirsi i miei giocatori possono essere tutti dei campioni”. Un chiaro messaggio al popolo bianconero che allo Stadium va per divertirsi oltreché per vincere.