44
Torna o non torna? E se torna, giocherà dall’inizio, oppure soltanto nel finale, come nelle ultime partite vinte dal Milan contro il Napoli e l’Empoli? Il futuro, stavolta prossimo, di Zlatan Ibrahimovic continua a essere accompagnato da molti punti interrogativi, ma con tre indiscutibili certezze, in attesa della prossima gara dei rossoneri, dopodomani sera a Cagliari.

La prima è legata al fatto che l’attaccante non parte titolare dal 23 gennaio, nella sfida contro la Juventus, quando non riuscì nemmeno a finire il primo tempo fermato dal suo ultimo infortunio. La seconda è la notizia della sua convocazione nella nazionale svedese, malgrado la squalifica per la prossima gara di giovedì contro la Repubblica Ceca, sulla strada dei mondiali. “Lui far parte del gruppo – ha detto il c.t. Andersson – ma non so quanto potrà giocare eventualmente nella seconda partita perché non ha ancora i 90’ nelle gambe”. E questa è la terza certezza, strettamente legata alle due precedenti, sulla quale vale la pena riflettere.

Il campo e il tempo, che sono gli unici giudizi imparziali, hanno infatti dimostrato che il Milan può giocare e vincere anche senza Ibrahimovic, perché Giroud lo ha già superato a suon di gol nelle gerarchie. A questo punto, quindi, lo svedese deve rassegnarsi al ruolo per lui indigesto di riserva, perché non ha la tenuta atletica per giocare dall’inizio alla fine e Pioli non può lasciarsi condizionare dal carisma e soprattutto dal suo ”ego”. Lo stesso discorso vale sicuramente per il c.t. svedese, che non può pensare di restituire il ruolo di titolare a un giocatore a corto di condizione.
Il presente, per questo finale di campionato, ed eventualmente anche per il prossimo se davvero rinnoverà il contratto, può quindi riservare a Ibrahimovic soltanto il ruolo di jolly, ovviamente di lusso, da calare nel finale quando gli avversari sono più stanchi. Un ruolo che nessuno accetta volentieri, ma che può rivelarsi determinante se interpretato con il giusto spirito. Ricordare, per credere, il caso dell’ex milanista ed ex napoletano Josè Altafini, che a 34 anni approdò alla Juventus e per quattro stagioni, fino a quando ne aveva quasi 38, accettò di andare in panchina malgrado il suo glorioso passato, pronto a sostituire nel finale Anastasi o Bettega, i due attaccanti titolari. E con i suoi gol, “alla Altafini” appunto, aiutò la Juventus a vincere due scudetti. Il brasiliano, con la sua umiltà, diede un grande esempio ai compagni ritagliandosi un ruolo importantissimo, che poi non ha più avuto imitatori e proprio per questo è ancora oggi citato a più di quarant’anni di distanza.

A questo punto la decisione spetta a Ibrahimovic più che a Pioli. Se lo svedese non cercherà di imporre la propria presenza, anche in chiave nazionale, tra l’altro mancando di rispetto a Giroud, il Milan avrà davvero una freccia in più nel proprio arco per vincere lo scudetto. Se lo svedese non si arrenderà all’evidenza, prima che all’età, invece di aiutare il Milan, paradossalmente potrebbe danneggiarlo, perché in campo il nome e il passato non contano, quando la testa, prima delle gambe, non ragiona nell’interesse della squadra. Il discorso vale a maggior ragione per il futuro, perché un’eventuale conferma di Ibrahimovic toglierebbe spazio a un altro attaccante che in ogni caso dovrà arrivare e non dovrà essere considerato in partenza una riserva dello svedese. Mai come in questo caso, quindi, tocca alla società anticipare il problema, perché con o senza lo scudetto il Milan dovrà alzare l’asticella degli obiettivi il prossino anno. E per quello che si è visto in questa stagione, Ibrahimovic può servire più nello spogliatoio che in campo, come dirigente aggiunto. Proprio pensando al suo desiderio di giocare il Mondiale, se la Svezia ci arriverà, il Milan potrebbe però essere costretto a confermarlo, con tutti i rischi del caso. Perché il tempo passa per tutti, anche se per lui sta passando più lentamente.