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Caro Leo Turrini, che effetto ti fa la scomparsa di Maradona?
“Guarda, questa è la vera fine del Novecento. Di un secolo di cui Diego fu la stella cometa, la coda luminosa “.

In che senso?
“Chi c’era lo sa. Il Pibe de Oro incarnava, vorrei dire eccessi compresi!, lo spirito di un tempo perduto. Gli volevamo bene perché in fondo, pur deprecandoli, ci specchiavamo anche nei suoi limiti, nei suoi difetti”.

Diego è stato grande anche nella fragilità.
“Sicuro. A me viene in mente, oggi, il colpo di pistola che spezzò la poesia di John Lennon. Nel privato l’ex Beatles mica era un santo, ma la sua Imagine è come il secondo gol di Maradona agli inglesi nel mondiale del 1986. Quello in dribbling, non la Mano de Dios, eh”.

Abbiamo tutti perso qualcosa.
“Esatto. L’ultimo tango di Diego Armando Maradona toglie qualcosa ad ognuno di noi. Se ne va l’idolo estremo e maledetto, ma se ne va soprattutto l’artista supremo, il fenomeno del pallone, il simbolo di quel gioco matto che chiamiamo calcio.
Quante righe di giornale, quante immagini da film, quante emozioni da stadio e da televisione. Tanto di tutto, talvolta persino troppo”.
Era come un bambino mai cresciuto, forse.
“Penso di sì. Quei dribbling pazzeschi, arabeschi che partivano dal cuore del monello, perché il Pibe de Oro forse rimase sempre moccioso, era un genio infantile consegnato ad una maturità che intimamente respingeva”.

E’ un'immagine molto romantica.
“Ma sai, i suoi scudetti a Napoli, la città che lo scelse come emblema di una rivincita non solo sportiva, non sono cronaca e nemmeno storia. Sono poesia, un po’ come il mondiale messicano con l’Argentina nel 1986. Sai che ti dico? Diego era davvero l’eroe dei Due Mondi, era un Garibaldi un po’ pazzo, era il campione sfrenato e senza limiti. Come si poteva non perdonargli l’esagerazione? Chi avrebbe rimproverato il Generale dopo l’impresa dei Mille?”

Hai ricordi personali?
“Io l’ho visto, come tanti, in ogni dimensione. Magro e irresistibile sul campo, grasso e sfatto fuori. Andai alla Bombonera, lo stadio del suo Boca, per vederlo ancora giocare, tondo e indolente, in una domenica del 1996. Ma fu, ancora e sempre, il migliore del campo. E poi, incredibilmente, me lo trovo davanti a uno ski-lift di Riolunato, Appennino modenese, una domenica del 2004. Lui, Diego, era lì per raggranellare qualche euro, tu pensa. E arrivò la notizia che era morto Marco Pantani. Allora Maradona, commosso, disse: gli eroi non dovrebbero mai morire. E invece e purtroppo, aveva torto”.