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Anche l’Italia di Mancini sembra caduta nell’involuzione del calcio al tempo del virus. Non è un fenomeno solo nostro, dovunque c’è meno velocità, come un’ombra di pigrizia, un gioco più prevedibile, quasi malinconico. Per mesi ho creduto che fosse solo il nostro calcio ad avere un’ultima anomalia, poi è apparso chiaro che l’errore è dovunque. Succede in Inghilterra, non sempre, ma in molte partite sì. Succede in Germania, Spagna, dovunque. E’ diventato complesso trovare un linguaggio comune, stanno mancando le abitudini. E il calcio è soprattutto questo, una vecchia compagnia. 

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Conta molto la mancanza di pubblico, ma non credo sia decisiva. Aiuta la disattenzione, non la voglia di risultato. E un grande attore è preso dalla parte anche da solo davanti a uno specchio. No, è qualcosa di più, assomiglia alla didattica a distanza dei ragazzi, alla malinconia della loro nuova solitudine. E’ come se giocare a calcio avesse oggi un peso diverso, si potesse prendere con calma. E si fosse stanchi di vivere in ritiro, diffidando di chi ti viene vicino e nella paura di essere tu l’untore. Alla fine giochi male, non sei più tu. Come un piccolo alunno davanti a un computer condannato a essere disciplinato.