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Per un calcio professionistico fermo, ma che fa rumore, c’è un intero mondo, ben più numeroso, ben più profondo, che deve capire dove andare in questo periodo di emergenza dettato dal coronavirus: il calcio dilettantistico. I numeri del 2019, tra società e tesserati, lo indicano come il principale movimento sportivo del nostro Paese: 12.350 società, 66.025 squadre e 1.045.565 calciatori. Più di un milione di persone (1 italiano su 58 è tesserato), per il 64% bambini e ragazzi, che giocano a calcio in società dilettantistiche. E ora, che si fa? 

'RIPRENDERE!' - La volontà è chiara, espressa dalla voce del presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Cosimo Sibilia, al Messaggero: “Vogliamo finire la stagione. E’ nostro dovere, perché siamo il motore del calcio italiano”. E i numeri elencati prima sono lì a dimostrarlo. Un milione di persone ferme, tante partite, oltre alle 564.473 già disputate, ancora da giocare, i verdetti del campo da inseguire, con la volontà, se si riparte a maggio, di chiudere comunque al 30 giugno. 

RISCHIO DI SPARIRE - Poi ci sono gli altri numeri, quelli legati al lavoro: 98mila quelli generati dal calcio dilettanti. Sono invece tremila le società che rischiano di fallire a causa di questa emergenza. Molte vivono grazie alle sponsorizzazioni locali, piccole imprese che operano sul territorio e finanziano la squadra del proprio paese, oltre alle quote del settore giovanile e della Scuola Calcio: ma se tutto è fermo, tutto rischia di rimanere bloccato. Con molte squadre che rischiano di sparire. C’è la volontà di ripartire, ma anche il rischio di veder svanire parte di questa immensa e vasta realtà.