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Ed è proprio quello che non si potrebbe che vorrei
Ed è sempre quello che non si farebbe che farei...

 
Pirlo è rock. Lo rivela già il titolo della sua tesi, Il calcio che vorrei, un titolo che fa molto Blasco e che forse è quasi una citazione dell’album Il mondo che vorrei. Ma lo rivelano anche e soprattutto gli argomenti trattati e certe massime virgolettate sparse qua e là, estremamente incisive benché talvolta concettose, come ad esempio quel “senza fretta ma senza pause” riferito al movimento continuo e dinamico del pallone (p. 10). L’avete letta? Sono trenta paginette molto orecchiabili. Fa un certo effetto studiarla dopo aver visto e analizzato la prima uscita della sua Juve. L’avversario era il Novara, lo sappiamo. Stupisce comunque la rispondenza assoluta fra quella prestazione e i principi di gioco professati nella tesi uscita qualche giorno dopo. Il calcio che vorrei dunque non è un coacervo di buone intenzione raccogliticce e raffazzonate, messe insieme soltanto per sbrigare una pratica nel minor tempo possibile. È piuttosto una sintesi nitida molto più concreta ed esaustiva di quanto possa apparire. È un manifesto. La Vecchia Signora vede in Andrea Pirlo il potenziale cavaliere azzurro di quel “gioco di posizione” (p.11) che non è riuscita ad assumere e interiorizzare completamente attraverso il Sarrismo. A Pirlo infatti spetterà l’arduo compito di mostrare ai tifosi juventini il significato di paragrafetti esoterici come il seguente: “Nel nostro calcio (gioco di posizione) l’aspetto più importante sono le posizioni. Bisogna rispettare le posizioni della nostra struttura di gioco aspettando che sia il pallone che arrivi dal giocatore e non il contrario” (p.11). La famosa montagna che finalmente si stacca e va da Maometto.
 
3-2-5 O 2-3-5 – Parliamo di 3-2-5 o in alternativa di 2-3-5, a patto di uscire da un equivoco.      



È Pirlo stesso ad avvisarci nelle prime pagine: “Da una disposizione statica dei giocatori si sta arrivando ad un’occupazione dinamica delle posizioni funzionali ai principi del modello di gioco. Una disposizione che varia nelle due fasi (offensiva e difensiva) e dei momenti emozionali che si alternano in partita”. Ed ecco nelle immagini (sopra e sotto) rispettivamente tratte dal secondo e dal primo tempo di Juve-Novara, lo sviluppo offensivo dei bianconeri: il 3-2-5.   



Nel primo caso si tratta di uno sviluppo da un 3-4-3 puro (così ha giocato la Juve senza CR7 nella ripresa), nel secondo caso invece è lo stesso un 3-2-5 ma derivante da un 4-4-2: il terzino di sinistra (Alex Sandro) sale e conquista la massima ampiezza, l’esterno di sinistra (Ramsey) per conseguenza si accentra, entrando in zona di rifinitura, mentre sul lato opposto il terzino destro Danilo stringe e va a formare un terzetto di costruttori che non dobbiamo comunque confondere con una difesa a tre. La Juve del primo tempo infatti si è difesa con un 4-4-2 tradizionalissimo. E Cuadrado faceva il centrocampista esterno, non il quinto.



Una delle costanti più sorprendenti (questa la prima vera mossa di Pirlo) tra primo e secondo tempo e soprattutto fra le due fasi è stato l’impiego del doble pivote a centrocampo. Una coppia di interni che liquida il rompicapo di Sarri (chi può fare il Jorginho?) e toglie dall’imbarazzo i centrocampisti allenati da un regista-Maestro (vertice basso) come Pirlo. Niente mezzali per ora, niente regista unico. La regia della Juve è finalmente diffusa, collettiva.    

IL 2-3-5 DI GUARDIOLA – Pirlo, da allenatore, non ha ancora inventato nulla, sia chiaro. Ad esempio questa cosa del passaggio da una struttura all’altra si vede in Europa da un po’ di tempo. Basti pensare al 2-3-5 di Guardiola cui allude forse lo stesso Pirlo a pagina 16: “Gli interni (ndr le mezzali di un 4-3-3) si alzano in zona di rifinitura ed i terzini vengono dentro in fase di costruzione”. Cambiano i compiti assegnati ai giocatori, la struttura è simile: in questo caso ad esempio l’ampiezza massima del Manchester City la coprono i due esterni alti, larghissimi, in modo da permettere alle mezzali di affiancare il centravanti nei rispettivi Half-Spaces. Sì, Danilo al City era abituato a stare stretto a impostare accanto al mediano. Con Pirlo ritrova questa funzione, ma al momento in una impostazione 3-2 e non più 2-3.   



IL 2-3-5 DI ALLEGRI – Lo stesso Allegri quando schierava la Juve col 4-3-3 a volte finiva per sviluppare una fase offensiva col 2-3-5. I numeri sono gli stessi di quelli di Guardiola, ma come vedete cambiano ancora le funzioni osservate dai singoli giocatori. Le mezzali Khedira e Matuidi, qui sotto in un Bologna-Juve, si abbassano e si allargano per costruire. I terzini salgono e vanno a coprire l’ampiezza. I tre attaccanti stanno stretti. E così tutto cambia rispetto al calcio di Pep.



“NON IMPORTA DA CHI” – L’errore che possiamo fare ora è quello di dare troppa importanza a questi ‘nuovi’ moduli (il 3-2-5, il 2-3-5), concependoli come strutture rigide. Pirlo scrive: “In fase offensiva non abbiamo un modulo fisso ma il posizionamento ed i movimenti in campo dei giocatori sono richiesti dalla ricerca dei nostri principi”. E continua elencando i tre macro principi di riferimento: la massima e duplice ampiezza, la continua ricerca della rifinitura e i frequenti attacchi alla profondità. Bisogna pensarli come dei contenitori “che devono essere sempre pieni”. Ma “sono anche delle zone che devono dunque essere sempre riempite, non importa da chi… anzi meglio se con continue rotazioni da parte dei giocatori” (p. 13). Ed ecco che capiamo meglio le posizioni dei mediani Rabiot e McKennie nell’immagine seguente. Il 3-2-5 è diventato provvisoriamente qualcos’altro. Una parte è strutturata, una parte è aleatoria: costruttori e invasori. In zona di rifinitura si entra come in una bolla di indeterminazione. Volti e numeri non contano quasi più.    



Insomma i movimenti non sono fissi e rigidamente codificati. Emblematica la partita di Ramsey: la sua posizione è stata tra le più instabili e nomadiche nel corso del primo tempo di Juve-Novara. Partiva da sinistra, ma potevamo ritrovarlo al centro dell’attacco, in attesa di ricevere un filtrante dai costruttori. Gli interscambi con le punte erano sistematici (specialmente con CR7). “L’obiettivo principe della nostra fase offensiva è quello di trovare un giocatore in zona di rifinitura” (p. 14).  

Ed ecco infine Pirlo smarcarsi dal pur stimato Conte: “La mia idea della costruzione prevede di salire compatti, superando una linea di pressione alla volta senza forzare verticalizzazioni o lanci” (p. 9).
 
L’AZIONE DEL PRIMO GOL – L’azione del primo gol (quello di CR7) va riavvolta e rivista per apprezzare alcuni altri concetti chiave contenuti nella tesi del Maestro. “Gioco a destra per andare a sinistra” (in questo caso specifico il contrario), l’attacco multiplo della profondità (movimenti Kulusevski e Alex Sandro), la ricerca del terzo uomo e “la creazione del rombo di palleggio” (p.10).  



Il taglio di Kulusevski serve comunque, anche se non viene premiato.  Stressa e allunga la difesa avversaria. Rabiot nel frattempo sceglie Alex Sandro, che dopo un controllo può giocare con Ramsey.



Il gallese non forza sul lato forte e chiede sostegno a Chiellini, il quale velocemente cambia lato con una giocata intermedia per Danilo, già predisposto a ricevere internamente.



Notate sulla trasmissione del brasiliano per Cuadrado il movimento di Kulusevski. Dopo aver attaccato la profondità con il taglio a vuoto di prima, ora si sposta lungo il perimetro dell’area per garantire al compagno che riceverà il pallone un vertice. Rabiot corre anche lui a fornire un appoggio.



Attorno al francese la Juve ricrea immediatamente “il rombo di palleggio”, ossia un piccolo sistema provvisorio di mutuo aiuto, formato da un sostegno, due appoggi laterali e un vertice. “Indipendentemente dal ruolo, i giocatori vicini alla palla devono continuamente ricostruire questo rombo” (p. 10). I passaggi che si realizzano al suo interno non sono codificati, bensì il frutto della lettura viva del singolo giocatore, che reagisce tecnicamente agli spostamenti degli avversari. Cuadrado vede chiuso Kulusevski e gioca a Rabiot.   



Rabiot vede chiuso lo svedese da due uomini stretti e gioca a CR7. Il buco in cui si trova il fenomeno non è casuale, ma è il frutto di “un possesso palla dinamico capace di disorganizzare gli avversari facendoli uscire dalle loro posizioni” (p. 9).  



E a quel punto la triangolazione tra CR7 e Kulusevski risulta praticamente ovvia, certamente letale. Esistono altre forme di vita.