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Il difficile è capire chi è chi. Da una parte colui che ha dovuto andarsene dopo aver preso insulti e sberle. Dall'altra quello che è stato reintegrato, pochi giorni fa, solo per via dei troppi infortuni. Possibile che siano solo questo Jonathan Zebina e Fabio Grosso? Per una parte dell'esigente pubblico juventino sì. Il francese ha chiuso i ponti col passato: «Bisogna battere la mia Juve? No, il Brescia domani sera deve battere la Juve e basta». Capibile. Lui che ama il dialogo, che rispetta il prossimo, che cerca il confronto e odia lo scontro, ci rimase molto male il 28 marzo scorso quando un vigliacco lo colpì alle spalle mentre stava uscendo dall'albergo del ritiro bianconero per recarsi sul pullman che doveva portare la squadra allo stadio. Un gesto che seguì gli insulti subiti pochi giorni prima sempre dai suoi tifosi in un match d'Europa League contro il Fhulam. Segnali eloquenti che lo portarono a dire: «La mia storia con la Juve è finita». Ma anche a dire: «Sono episodi razzisti. La Federazione deve fare qualcosa. Io probabilmente resterò a vivere in Italia, però queste immagini vanno combattute con più forza, l'Italia si merita di meglio».

Anche «Zebi» meritava di meglio perché dopo dodici anni di campionato italiano (due di Cagliari, quattro di Roma, sei di Juve) non era giusto che finisse in soffitta tra le cose inutili. Brescia sta diventando la sua rivincita. Debuttante in maglia biancoazzurra con l'Udinese, anche con Lecce, Napoli e Inter non è mai sceso sotto un'abbondante sufficienza. Iachini ha trovato in lui il leader che andava cercando. Uno che parla poco magari, ma quel tanto che serve per farsi capire. Preferisce usare vocaboli e concetti che non si sentono con frequenza su un campo di calcio (il suo «siamo statici», diventato «statisci» alla transalpina, in un test di metà settimana con la Primavera è già un must nello spogliatoio bresciano); perchè lui è JZ. Uno che vuol lasciare il segno. Non è sotto il Cidneo per trovare un nascondiglio che lo porti serenamente alla pensione. Si è messo in gioco e vuole giocare da duro. Come ha sempre fatto in carriera. Difficile pensare che non senta il match di domani sera come una partita nella quale dimostrare quello che non gli è più stato permesso. Non c'è più l'allenatore che l'aveva rilanciato, Zaccheroni, ma nemmeno quello che l'aveva accantonato: Ferrara. Che per un anno era stato anche suo compagno e forse proprio lì qualcosa s'era rotto... Zebina è uno che rispetta se viene rispettato. Altrimenti dice quello che pensa e fa quello che ritiene più giusto. Senza paura delle conseguenze. Con la Juve ha vinto due scudetti (2005 e 2006 poi revocati), un campionato di serie B, ma ha vissuto anche l'epoca dell'emarginazione. Quel confine, molto sottile, tra il fuori rosa e gli allenamenti senza essere preso in considerazione.

Proprio la condizione che ha dovuto sopportare fino a pochi giorni fa Fabio Grosso. Lui, l'uomo del rigore decisivo nel Mondiale 2006, il ragazzo di campagna che si è formato alla Renato Curi, al Chieti e al Teramo prima della scalata con Perugia, Palermo, Inter, Lione. Con la Nazionale a fare da splendido cuscinetto. La Juve aveva acquistato Grosso nell'ultimo giorno di mercato, pagandolo 2 milioni di euro. Era il 31 agosto 2009. Un anno dopo è finito fuori rosa. Non rientrava nei piani, non ha accettato una riduzione dell'ingaggio, non ha preso in considerazione eventuali trasferimenti. È un esempio concreto del perché Assocalciatori, Lega e Federazione stanno litigando, con lo sciopero sempre in agguato. Delneri e Marotta quest'estate gli avevano detto che era meglio se si cercava un altro posto. Salvo ripensarci dopo il doppio infortunio di De Ceglie e Martinez nel blitz di San Siro con il Milan. Di fronte a una squadra decimata, allo staff bianconero non è restato altro da fare che una vigorosa marcia indietro. «Scusa Fabio, ci siamo sbagliati. Non è vero che non servi più. Anzi, devi giocare subito». Nonostante la resistenza ancora di qualche dirigente, i duri e puri che non mancano mai, Grosso è tornato titolare domenica nel 3-1 rifilato al Cesena. Piazzato esterno basso nel 4-4-2 «delneriano» ha sfornato una prestazione senza infamia, ma soprattutto senza lode. Non giocava una gara da titolare da sei mesi. Tanto tempo, troppo tempo. Un anno in più di Zebina, il trentatreenne Fabio Grosso è uno che non ha paura di lottare. Fa parte della covata che Serse Cosmi portò alla ribalta nel Perugia dei miracoli. A completare il gruppetto che fece fortuna c'erano Marco Materazzi, Fabio Liverani e soprattutto Davide Baiocco. Con il quale ci sarà un incrocio vero e proprio. Grosso, romano de' Roma, terzino sinistro; Baiocco, perugino, centrocampista sul centro destra. Un incrocio per ricordare un triennio che in Umbria ora provoca tanta nostalgia.

Cosmi diede a Grosso un nuovo ruolo. Lo prese che (in serie C) faceva il trequartista, lo trasformò prima in ala e poi in terzino. Per sfruttare l'ampia falcata, la facilità di cross e anche la propensione ad andare al tiro e proporsi in zona gol. La trasformazione tattica è anche quella che ha attraversato nella sua carriera Jonathan Zebina. Un po' terzino, un po' stopper. Beppe Iachini gli ha spiegato subito dove lo avrebbe schierato, una volta recuperato dall'operazione al menisco esterno sostenuta alla fine della scorsa stagione: centrale difensivo. È lì che serviva al Brescia, anche se proprio due settimane fa le certezze del tecnico ascolano stavano vacillando. Dopo aver visto Zambelli soffrire con il Lecce, l'idea di Zebina a destra con Bega in mezzo non era peregrina. La gara di Coppa Italia con il Cittadella ha però svelato il buon momento di Gateano Berardi. Che si è prontamente impossessato del ruolo di terzino, consentendo a Iachini d'insistere su Zebina in mezzo. Dove il francese è una sicurezza. Dove sa chi è e cosa può dare. Certezze che alla Juventus aveva ormai smarrito.