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Marco Zoro, ex difensore del Messina, fermò una partita, nel 2005, tra i giallorossi e l'Inter per cori razzisti. Ora, l'ex centrale dei siciliani, parla a la Gazzetta dello Sport dei nuovi casi di razzismo in Italia: "Sono felice di come ha parlato Infantino, senza peli sulla lingua, in un’occasione così importante. E lo ringrazio. Forse questa denuncia servirà finalmente a smuovere qualcosa, perché in 15 anni in Italia non è cambiato nulla, per colpa dello stato e della Federcalcio che non hanno lottato come avrebbero dovuto contro il razzismo. Questo perché di razzismo non si deve parlare, e allora si chiudono gli occhi e le orecchie. Ma più si chiudono gli occhi e le orecchie, più la gente ne parla, perché gli italiani non sono razzisti. Io ho fatto esperienza e ricordo un popolo fantastico e caloroso. Il problema sono gli esempi e l’educazione. Dal livello più alto al più basso serve intransigenza contro il razzismo. Se un ministro della Repubblica, come la Kyenge, viene definita scimmia da un collega politico, diventa più difficile combattere il razzismo negli stadi. I club minimizzano parlando di quattro stupidi, ma i quattro stupidi poi diventano mille. Gli insulti per provocare o disturbare l’avversario sono una cosa, il razzismo un’altra. Se per colpire un uomo, lo attacco per il colore della sua pelle, sono razzista e basta. Di Messina-Inter mi è rimasto il ricordo di tanta solidarietà: Adriano e i giocatori in campo, il dirigente Facchetti che chiese scusa a nome dell’Inter i messaggi, le telefonate, i fax che mi travolsero nei giorni successivi… Ma accanto al ricordo di tanto affetto, c’è altrettanta amarezza e delusione: dopo 15 anni in Italia è rimasto tutto uguale. Il mio caso non è servito a nulla. Se consiglierei ai giocatori di prendere il pallone e uscire dal campo? Certo. I tifosi dovrebbero pagare per vedere uno spettacolo, se si pagano il diritto di ululare, è giusto negargli lo spettacolo. Se stato e Federcalcio non fanno nulla, è giusto che i calciatori di colore insultati si difendano da soli, anche lasciando il campo"