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È apparentemente abbastanza semplice individuare le differenze tra il 3-5-2 dell’Inter di Conte e il 3-5-2 della Lazio di Inzaghi. Lo è molto meno capire come questa Inter scudettata evolverà in mano al nuovo tecnico, che per l’appunto è Inzaghi stesso. Siamo tutti curiosi e fondamentalmente impreparati all’evento. Perché se è vero che conosciamo bene la sua ultima Lazio, la sua spesso divertente e interessantissima Lazio, facciamo però anche fatica a scindere le idee del tecnico dal contributo così caratteristico e determinante di alcuni interpreti. Talmente forte era il connubio tecnico-tattico. Cosa sarà dunque Inzaghi senza Luis Alberto, Milinkovic-Savic, Immobile e Correa? Che allenatore diventerà Inzaghi con questo Lukaku devastante che gli ha costruito e lasciato in eredità Antonio Conte? E come reagirà l’Inter ai principi di gioco più liberali di Simone Inzaghi? Mistero.    
 
LA CANGIANZA DELLA LAZIO - Quello che possiamo fare ora è limitarci a tracciare alcune delle differenze emerse dal confronto di ciò che abbiamo visto. Innanzitutto non basta dire 3-5-2 per parlare di continuità, questo mi sembra evidente. Avere Correa e Immobile davanti anziché Lukaku e Lautaro già cambia tutto. Se poi a questo aggiungiamo due mezzali tecniche come Luis Alberto e Milinkovic-Savic, ecco che la squadra assume una fisionomia unica, in parte anche molto distante dall’Inter di Conte. Ebbene, è stato Inzaghi a trovare, volere e sostenere questa soluzione ipertecnica, questo stile. È già molto indicativo se pensate alla fatica che ha fatto Conte a inserire Eriksen. Quando parlo di fisionomia intendo proprio il volto della Lazio, la sua parte più espressiva. Ciò che ne determinava l’essenza, dalla gestione della palla al movimento complessivo dei giocatori. Vi porto un esempio tratto proprio da Lazio-Inter: c’è un pallone che arriva a Luis Alberto da Leiva, nella metà campo dei nerazzurri. Immobile si stacca dalla linea difensiva degli avversari a va incontro allo spagnolo che gli chiede l’uno-due. Cose normali.



Intanto però segnalo il noto comportamento estremo delle mezzali di Inzaghi: tutt’e due alte, finiranno in un attimo entrambe sopra palla. Ma non è tanto questo. È quello che fanno Immobile e Luis Alberto adesso che ci interessa. 



Vidal chiude la possibile triangolazione, sicché Immobile è portato ad aprire per Fares che fissa l’ampiezza a sinistra. Luis Alberto assume provvisoriamente la funzione di vertice dentro l’area. E Immobile? Dopo uno scarico del genere cosa farebbe una punta di Conte? Bum, a mille ad attaccare l’area per il cross.



Qui invece Immobile assume la funzione di sostegno per Fares proprio come se fosse diventato un costruttore. E così facendo si porta via Vidal e apre uno spazio di ricezione per l’incontro di Luis Alberto.



Non solo. È qui che soprattutto salta fuori la natura della Lazio di Inzaghi. L’imprevedibilità, la cangianza. Nel ritirarsi arretrando Immobile si carica al tempo stesso, come la freccia incoccata che raggiunge il massimo della trazione appena prima del rilascio. E da una funzione passa all’altra, scagliandosi dentro l’area con effetto sorpresa sul passaggio di Fares per Luis Alberto.



La palla mossa in questo modo ha disordinato la difesa dell’Inter, che sulle prime sembrava chiusa e compatta. Ora, con Hakimi portato fuori su Fares e per forza in ritardo, Immobile col suo movimento va a creare un due contro uno su Skriniar, che non sa più se assorbire la sua corrente o tamponare Luis Alberto in area con la palla.



Skriniar fa un passo indietro e Luis Alberto può calciare. Non l’avesse fatto, lo spagnolo avrebbe servito Immobile con un tocchetto illuminante dei suoi. Guardate anche Milinkovic che rientra nel frattempo. Un po’ di equilibrio ci vuole...



In quest’altra situazione, quella del gol di Sergej Milinkovic-Savic sul cross di Acerbi, possiamo cogliere la pericolosità completa della Lazio. C’è densità in zona palla per consentire il fraseggio corto, rasoterra (un abbozzo di costellazione tipo Orsa Minore in cui Polaris è la porta), poi però c’è anche l’inserimento sul lato debole di Sergej per l’eventuale traversone sul secondo palo, con Lazzari pronto a raccogliere le briciole. Ma la vedete la funzione di Correa e Immobile in questo caso? Tutt’e due presi dal lato forte. 



L’INTER È PIÙ DIRETTA - Non altrettanto proteiforme era la squadra di Conte, ma non per questo meno pericolosa. Anzi. La Lazio era un’organismo vivente, l’Inter una macchina da scudetto. Il suo funzionamento era più rigido e codificato, con giocate memorizzate eseguite alla massima velocità e con un timing perfetto. Tradizionale il comportamento delle punte. Ecco il gol contro la Dea nella partita di andata. Apertura di Brozovic per Young. 


Le punte del 3-5-2 attaccano l’area senza fronzoli e con grande ‘cattiveria’. Quella che sa insegnare come pochi Antonio Conte. Se il quinto arriva sul fondo e può crossare, crossa. Finisce lì. 



Nel caso seguente tratto da Genoa-Inter vediamo come le cose non cambino molto anche restando sul lato forte, ovvero senza cambio di gioco improvviso. Le punte di Conte in area erano letali, prima ci arrivavano meglio stavano. Semplice. Niente giri, scambi di funzione e ‘balle varie’. 



AVERE IMMOBILE - Non avere Lukaku significa giocare senza pivot. Non era insolito vedere Immobile e Correa evitare di proposito il posizionamento ‘spalle alla porta’. Il che non significa per forza esimersi dal palleggio o dalla manovra o dal fraseggio. Prendiamo ad esempio questa bella configurazione a tre fra Luis Alberto, Immobile e Correa contro il BVB. Non ce n’è uno che dia le spalle alla porta. Sono tutt’e tre tra le linee, e i due attaccanti sono staccati dalla difesa avversaria. Sembrerebbero quasi ‘piatti’ tra loro, al momento della ricezione dello spagnolo sul passaggio di Leiva.



Eppure proprio a partire da questa strana configurazione, attraverso il movimento ad attaccare lo spazio di Correa, si genera un’occasione da gol. Scomposizione e ricomposizione dei triangoli, col pallone che schizza corto e veloce nei corridoi che si creano, prima tra Luis Alberto e Immobile, quindi tra Immobile e Correa. La misura dei passaggi è una differenza importante tra Conte e Inzaghi. Questa misura è strettamente legata alle posizioni e ai movimenti ‘concessi’. Con Inzaghi la misura varia perché c’è più libertà, meno schemi e automatismi. 



AVERE LUKAKU - Avere Lukaku significa innanzitutto poter fare affidamento su un pivot. Un punto di riferimento teoricamente più ‘statico’, a prescindere dalla sua stessa velocità. Mentre Immobile e Correa svariano sul fronte offensivo (e non solo, come abbiamo visto), Lukaku tendenzialmente si pianta spalle alla porta sul centrodestra, non importa a che altezza del campo. L’Inter di Conte idealmente ruotava attorno a questo perno, e replicava più o meno lo stesso set di giocate (spesso micidiali), dalla costruzione alla rifinitura. A impreziosire e stemperare il tutto poi ci ha pensato Eriksen, qua e là, e al momento giusto. 



Le giocate di Conte ormai le conosciamo a memoria anche noi. Ma quanto vorrà usarle Inzaghi? Come entrerà Inzaghi in questo regime codificato, lui che ci ha abituato a tanta libertà?



E d’altra parte come potrebbe giocare diversamente con Lukaku? Siamo tutti molto curiosi.