Se è possibile vivere una favola, vi posso assicurare che Gigi Radice nel corso della sua esistenza di allenatore e di uomo è riuscito a realizzare questo tipo di impresa molto speciale. Lui, insieme con il suo grande amico Giovanni Trapattoni e davvero pochissimi altri colleghi, ha rappresentato per se stesso e per i tifosi delle squadre che ha diretto tutto ciò che il calcio è stato e l’esatto contrario di quello che, negli ultimi venti anni, è diventato. 

La magia dell’impossibile che diventa prima possibile e poi addirittura realtà. La scalata verso un sogno che si conclude nella primavera del 1976 al Comunale di Torino dove i granata, pareggiando per uno a uno con il Cesena, vincono il loro primo scudetto del dopo Superga e anche il suo ultimo della storia contemporanea. Portato in trionfo sulle spalle di Pecci, Pulici e Graziani c’era lui. Il tecnico che era stato definito l’uomo di ghiaccio per via di quello sguardo che rifletteva il colore dei suoi occhi azzurri come il cielo ma nel cui petto, in realtà, pulsava un cuore perennemente inquieto perché governato dalle pulsioni più profonde carezzate da chi sa vivere la vita.
 E Gigi nella vita nuotava come un delfino, apparentemente freddo e distaccato ma invece sensibile e partecipe ad ogni avventura del mondo. Ho conosciuto bene, anzi benissimo, lui proprio come ho conosciuto il Trap. Due compagni eccezionali di cammino. Oggi, con la partenza di Gigi, lo strappo si fa sentire dolorosissimo.
Una di quelle telefonate che ti aspetti da un giorno all’altro perché sei al corrente che le cose stanno andando in un certo modo irreversibile. Una di quelle telefonate che ti auguri ritardino il più possibile ma che, allo stesso tempo, speri arrivino in fretta. Non per noi, ora privati di un fratello, ma per lui ormai da più di dieci anni sconosciuto a se stesso. Gigi viveva il suo mondo e nel suo mondo dal giorno in cui l’alzheimer aveva cominciato spingerlo sempre più in là verso quella zona tabù per tutti tranne che per lui.
 
La sua esistenza, perché è impossibile chiamarla vita, era diventata una nuvola entro la quale lui si concedeva tutti quei sogni che aveva saputo regalare al popolo del pallone. Lo andavano a trovare spesso i suoi ragazzi dello scudetto. Pecci, Pulici, Zaccarelli, i due Sala in particolare. Uscivano dalla sua casa di Monza con le lacrime agli occhi dopo aver abbracciato forte Nerina, la donna che non ha mai abbandonato per un solo istante il suo uomo neppure quando all’apice del successo e bello com’era faceva un poco il brighella. Radice non li aveva riconosciuti anche se con la maglia granata erano stati tutti suoi figli. Così come Mirko Ferretti e Romano Cazzaniga erano stati al suo fianco come fratelli.

Radice, ovviamente, non è stato soltanto Torino. Da giocatore due scudetti e una Coppa dei Campioni con il Milan di Gipo Viani, maestro suo e del Trap. Da tecnico Inter, Milan, Fiorentina, Roma, Cagliari e Bologna le squadre del “dopo granata” con alterne fortune ma frequentate sempre a testa alta, con la schiena ben dritta e con il cuore in mano anche se, per mascherare i suoi coinvolgimenti emotivi, dichiarava di essere un allenatore e non uno psicologo. Inventò e disegnò il calcio spettacolo a tutto campo anche se la paternità di quel modulo venne poi attribuita ad altri. 
Ma forse era proprio così perché quello non era un modulo, ma molto più semplicemente un sogno declinato con il calcio per la gioia della gente. Un sogno che ora lo ha inghiottito per sempre.