Ma allora, Piatek assomiglia o non assomiglia al grande Shevchenko?  L’impatto straordinario del polacco in rossonero ha scatenato subito il confronto con l'ex pallone d’oro; il popolo milanista ci va piano, ma sotto sotto spera di aver trovato se non il nuovo Sheva, almeno un nuovo idolo, un vero bomber. Tra gli addetti ai lavori nel frattempo spiccano le posizioni ‘antitetiche’ di Guidolin e Maldini. Per il primo “è un fenomeno, calcia come pochissimi, ricorda Shevchenko e il primo Torres. Forza e precisione, col corpo sempre rivolto verso la porta. Ha margini di crescita enormi, senza limiti”. Per il secondo invece “di Sheva ce n’è uno”, anche se Piatek “ha numeri incredibili” e in “molte cose lo ricorda”. Maldini inoltre ha avuto l’intelligenza di dare profondità storica alla sua analisi, indicando differenze di contesto non certo secondarie, come ad esempio il fatto che quel Milan, il Milan in cui arrivò Shevchenko (dove peraltro Maldini giocava..), viveva un momento migliore di quello in cui è approdato Piatek oggi. I rossoneri allora erano campioni d’Italia, e Shevchenko ventiduenne, un regalo estivo. Il nuovo acquisto stava tra l’altro per arrivare terzo nell’edizione del Pallone d’oro 1999. Aveva già segnato, per dire, una tripletta al Camp Nou, mentre Piatek, fino a settembre, era né più né meno di un’incognita. In questo articolo vogliamo proseguire lungo il solco delle differenze specifiche, evidenziandone altre finora forse non dette. Per non fare confusione tra tipi, in definitiva, ma anche un po’ per gioco, se permettete, e per un pizzico di nostalgia.   
 
SISTEMI DI GIOCO DIFFERENTI - Senza stare a ripercorrere i passaggi di consegna tra Zaccheroni e Tassoti (coadiuvato da Maldini senior), Terim e Ancelotti, citeremo soltanto e a titolo emblematico la massima espressione del Milan di quei primi anni zero: il Milan di Carletto Ancelotti. Difesa a quattro, centrocampo a rombo, due punte. Un modulo molto diverso dal quello usato dal Milan attuale. E’ appunto nel contesto tattico del 4-3-1-2 che un attaccante come Shevchenko ha mostrato il meglio.  Sheva infatti, pur essendo stato uno degli attaccanti più completi di sempre, non era una primissima punta e nemmeno un esterno. Amava svariare su tutto il fronte d’attacco, in compagnia di un partner ‘più centravanti’, ‘più uomo d’area’ di lui. Inzaghi, o Crespo, se preferite.   
 


E questo consentiva all’ucraino di aprirsi, allargarsi lungo la fascia per ricevere e puntare, mettendo in mostra la sua velocità con e senza palla.
Il Milan di Gattuso si presenta invece con il tridente (4-3-3): due esterni di fantasia (che non sono attaccanti nel vero senso della parola) e un’unica punta. Il peso dei rossoneri in area, oggi, dipende dunque moltissimo da Piatek, che ha già dimostrato di non aver sofferto minimamente il cambio di modulo lasciando il Genoa, dove giocava tendenzialmente in un 3-4-1-2. Ecco il tridente rossonero in Atalanta-Milan.  



IL SECONDO DRIBBLING – Da un punto di vista strettamente tecnico, è illuminante la questione del “secondo dribbling”. Piatek non è un giocatore da secondo dribbling, Sheva sì. Ricordate la splendida doppia sterzata che fece a San Siro contro l’Udinese? 



Dopo aver messo a sedere due avversari (notate la posizione di partenza, quando inizia a puntare il primo uomo), Shevchenko scaricò un mancino a incrociare che non lasciò scampo al portiere. Forza, tecnica, velocità e lettura degli spazi in conduzione.  



Piatek tende invece a concretizzare quasi sempre di prima, dentro l’area, anche per le ragioni tattiche esposte sopra (è più un centravanti puro). Se ci badate infatti non si avventura quasi mai oltre il primo dribbling, sia a campo aperto che nello stretto. Poche serpentine. Il suo primo dribbling è quasi sempre finalizzato al tiro, è più uno spostarsi la palla per calciare che un saltare l’avversario tramite ubriacatura.  

Il secondo gol in Coppa Italia contro il Napoli ne è un buon esempio. 



Inoltre va detto che sia nel 3-4-1-2 del Genoa che nel 4-3-3 del Milan, Piatek difficilmente si allargava/allarga oltre il prolungamento immaginario del lato corto dell’area piccola. Non si defila quasi mai, resta sempre attratto dalla porta, non esce dal suo raggio. Cosa che invece Shevchenko faceva tranquillamente, per poi sfrecciare nuovamente verso la rete.  



Avrebbero potuto giocare insieme, Piatek e Shevchenko? Penso proprio di sì. Uno più freddo e letale dell’altro, uno accanto all’altro, in tandem. Robocop e il Re dell’Est.