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Nel 2010 si parlava di “rivoluzione culturale” riferendosi al neonato Codice Etico, che nell’ottobre di quell’anno la FIGC promulgava. Il Codice Etico nascente aveva sia lo scopo di tutelare le associazioni che, a seguito del decreto legislativo 231/2001 sulla responsabilità in sede penale per gli enti collettivi, potevano e possono trovarsi a dover rispondere del comportamento dei loro tesserati; sia quello di promuovere i principi di lealtà sportiva e dignità della persona umana…

Tale regolamento, ispirava di lì a breve anche l’AIA (Associazione Italiana Arbitri) ad adottare un Codice etico e di Comportamento che verrà approvato nel settembre 2011. Il 2012 è poi l’anno in cui, la lega PRO rielabora il Codice e lo emana definitivamente; nel comunicato ufficiale si legge: ”[…] Il Codice etico detta le norme e i principi generali di correttezza etica che devono rispettare le Società sportive, i Dirigenti societari e sportivi, i tecnici, gli Atleti e tutti i Tesserati[…]” ed invita tutte le società ad adottarne uno interno. Nonostante ciò, però, ancora oggi la rivoluzione culturale non pare essersi attuata, se si continua a discute sull’attuazione da parte delle società e degli allenatori delle norme che compongono il Codice Etico. L’ultimo episodio, in ordine di tempo a far parlare, è il caso De Rossi, estromesso dall’amichevole con la Francia per scelta di Prandelli a seguito del brutto fallo verificatosi nel derby di domenica che è valsa al giocatore anche la squalifica in campionato. Il caso, se il Codice Etico federale fosse ritenuto, come in realtà è, un regolamento vincolante dal quale non si può prescindere, non esisterebbe.