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Lo scorso 26 settembre, l'Uefa l'ha definito “Leggenda della Roma”. Compiva, Daniele De Rossi, le 600 presenze con la stessa maglia in occasione del match con il Frosinone.

Ho negli occhi, gran parte di quelle partite. Non perchè me le ricordi una ad una, ma perchè ho visto Daniele - anzi 'Dagnele', come si dice a Roma – vivere, respirare e soffrire la Roma ogni volta nello stesso modo, così profondo, lacerante, morboso. Perchè De Rossi è fatto così. E' l'essenza dell'attore drammatico che non sa come uscire dal personaggio. E' quel modo di essere calciatore, capitano e simbolo che vive ogni triplice fischio, anche quando si vince largamente, come una liberazione. Perchè per lui soffrire non è un po' morire. E' vivere. Respirare. Sentire l'appartenenza.

Ci sono giocatori che vivono le vittorie a cavallo del sorriso, della gioia, anche della battuta goliardica. Come Totti ad esempio. Eppoi ci sono quelli come De Rossi che trattengono il fiato per 90' più recupero perchè la partita è come una busta di plastica in testa che ti toglie il respiro. Lo guardi, De Rossi, e ti sembra un guerriero normanno. E invece, dietro quella barba, quelle vene sul collo e gli occhi fiammeggianti, c'è la fragilità di un ragazzo schivo, particolarmente sensibile, che vive la Roma da templare che custodisce un tesoro da difendere ad ogni partita.

Esagero? Non credo proprio. De Rossi è la sottile differenza che c'è tra il godere per non aver perso oppure pareggiato e il godere per aver vinto. Sembra la stessa cosa, ma c'è tutta la differenza del mondo. E lo si vede da quel modo di essere disperatamente normale. Fosse per lui, non concederebbe mai interviste. Non andrebbe davanti ai microfoni. Non per spocchia o snobismo, ma per quella ricerca della riservatezza che il calcio non ti concede assolutamente.

Ecco, sabato a Empoli De Rossi c'era e ancora una volta è stato tra i migliori. Com'è che si diceva in estate? “Quest'anno ne giocherà poche, perchè all'eta sua bisogna gestirsi, centellinare gli impegni...”. Sevabbè, si dice qui a Roma. Sevabbè. Ve lo ricordate contro il Barcellona? L'avete visto nello spezzone di derby? Fin qui, le ha giocate tutte, tra spezzoni e match da titolare, sommando 625 minuti su 720. E avete visto come? Sempre tra i migliori anche quando la Roma era brutta e cupa. Niente male per un 'pischello' di 35 anni che avrebbe potuto fare scintille nel City di Mancini eppoi nel Real Madrid di Ancelotti e invece ha scelto la Roma per sempre.