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Molti, dopo Napoli-Barcellona, se la sono presa col palleggio dei catalani. Solito luogo comune: che barba e che noia, hanno sbuffato. E il primo tempo in effetti qualcosa non funzionava nella manovra degli uomini di Setién (vedremo più avanti il perché).  Così, ancora oggi non si trova uno che dica che è il Napoli a far giocar male gli avversari. È la fase difensiva di Gattuso che ingorga, intasa e fa ristagnare le partite. Piace? Non piace? È così, e un po’ è un merito, un pregio, e un po’ è un difetto, un limite. La prima differenza fondamentale rispetto al Napoli di Ancelotti e di Sarri è appunto l’atteggiamento difensivo.
 
LA FASE DIFENSIVA SECONDO GATTUSO – Appena arrivato a Napoli, Gattuso ha subito cominciato a denunciare le difficoltà della squadra nel coprire il campo. Era un momento in cui effettivamente gli azzurri non c’erano con la testa, e si allungavano con niente lasciando buchi spaventosi soprattutto a centrocampo. I rimedi furono: l’immediato ritorno al 4-3-3 e la rinuncia progressiva alla pressione alta. Quelle che possono esser sembrate soluzioni dettate unicamente dal contesto, in realtà non erano altro che punti chiave del credo di questo allenatore. E bisogna ammetterlo serenamente. A Gattuso piace difendere così, col 4-3-3 che si trasforma in un compatto 4-5-1. Tutti sotto la linea della palla.



Col Barça, al San Paolo, l’essenza attendista di Gattuso si è rivelata chiaramente, fino al parossismo di questo 6-3-1 provvisorio che vedete qui sotto.   



È singolare il mix richiesto da Gattuso ai propri giocatori. Da una parte devono difendere bassi e serrati, dall’altra, appena recuperata palla, devono osare nel palleggio (e partire da dietro in maniera ragionata su rinvio dal fondo). Ovviamente i giocatori del Napoli hanno i mezzi tecnici per farlo. Dunque ne esce fuori uno strano e comunque interessante ibrido, in grado di mettere in difficoltà qualsiasi squadra (vedi Juve, Inter, Barça). Detto ciò, resta una sensazione di freno a mano tirato. Il problema è che in Italia serpeggia ancora il culto nostalgico della ‘partita perfetta’: la ‘partita perfetta’ sarebbe quella in cui difensivamente non si concede nulla e l’avversario viene come neutralizzato. Si prova un piacere masochistico in una scalata riuscita o in una copertura ben eseguita, si fanno i complimenti per una diagonale di ferro o per una bella chiusura. Poi alla fine si parla addirittura di solletico…       
 
LE DIFFICOLTÀ DEGLI AVVERSARI – Proviamo a cambiare un attimo punto di vista. A parte la densità del Napoli (il merito dunque del Napoli), che cosa non ha funzionato nel palleggio del Barcellona nel primo tempo? È stato un errore di formazione schierare Rakitic dal primo minuto o faceva parte del piano gara cauto di Setién? Il croato è una mezzala che si trova a suo agio a palleggiare in sostegno più che tra le linee (dove viene tendenzialmente ignorato quando ci va). Per questo la manovra del Barça tendeva ad essere più orizzontale nel primo tempo. Perché Rakitic si abbassava e il Barcellona non riusciva a portare una superiorità qualitativa nell’anello debole del sistema di Gattuso (ossia tra Zielinski e Insigne), dalla parte di Messi.   



IL SOLLETICO… - Nella ripresa, con una sola mossa, Setién ha fatto saltare certi meccanismi difensivi del Napoli che nel primo tempo sembravano ‘perfetti'. Ha inserito Arthur per Rakitic. Il centrocampista brasiliano non ha contribuito solo a velocizzare il fraseggio, ma si è andato spesso a piazzare in una posizione a metà tra trequartista e interno destro, che ha di fatto aiutato il Barcellona a scardinare la struttura degli avversari. Come nell’azione del gol (in cui tuttavia non tocca palla). Troppo semplice prendersela con Mario Rui, per non essere stato ‘attento’ (‘perfetto’) in quell’ istante preciso su 90 minuti di grande applicazione. Riduttivo e ingeneroso nei suoi confronti. Qui è stato tutto il lato sinistro del Napoli a essere manomesso. Vediamo come.   



Dopo l’appoggio di De Jong per Busquets, Messi va incontro al mediano per ricevere e restituire palla, portando fuori Insigne. Sul vertice basso del Barça non arriva Milik (in campo al posto dell’infortunato Mertens), ma esce Zielinski. Demme è occupato dalla posizione di Arthur tra le linee. L’uscita del polacco su Busquets allarga involontariamente uno spazio tra le linee, dove dicevamo essere l’anello debole (difensivo) del Napoli. Il pallone torna a Messi con un tocco corto.



E qui vanno sottolineati due movimenti combinati che testimoniano un’unica intenzione collettiva nel sottosistema fluido appena creatosi. Vidal va incontro proprio nello spazio indicato sopra dal cerchio rosso, mentre Busquets si sposta tra le linee (lui che è il vertice basso) per ricevere la sponda dello stesso Vidal e imbucare per il taglio del terzino Semedo. Maksimovic, costretto a seguire il cileno, apre un corridoio interno che Mario Rui (dalla sua prospettiva) non fa in tempo né a vedere né a pensare. Busquets invece sì.


Ecco, dopo un’azione del genere come si può parlare solo della posizione di Mario Rui? Di solletico…?
 
L’ IMPORTANZA DI MERTENS - Tornando alle cose positive del Napoli di Gattuso, va citata assolutamente la nuova centralità di Mertens. Il talento che sposta il Napoli su un altro livello. Senza Mertens è tutto più mediocre. Importantissimo non solo in fase offensiva (ennesimo gol spettacolare), il belga si dimostra anche utilissimo quando c’è da difendere. Guardate questo recupero fulmineo su Messi, come risolve un pericolo evidente per il Napoli. Questo scatto vale oro in una situazione del genere.



Mertens arriva da dietro e soffia il pallone all’argentino, innescando a sua volta la transizione del Napoli.



FUORI ALLAN, DENTRO DEMME - Un’altra mossa notevole di Gattuso è stata l’aver tagliato fuori, di fatto, Allan, valorizzando così la tecnica di Zielinski e Fabian da mezzali. Perché questo accadesse, però, serviva rinforzare la mediana con un vertice basso giusto. E il mercato invernale ha portato Demme, un palleggiatore onesto che ha sistemato un po’ le cose, aggiungendo soprattutto quel pizzico di solidità che mancava lì in mezzo. Con ciò, non stiamo parlando di un Jorginho. Anche contro il Barcellona sono state evidenti certe scelte in costruzione non proprio azzeccatissime. Gattuso a fine gara ne ha parlato, ma senza far nomi. Aveva un po’ di rimpianti perché secondo lui in alcune uscite dal basso ci si poteva orientare meglio, col corpo e di conseguenza con la manovra, per eludere il pressing e il contropressing degli avversari. Ecco un esempio e con questo concludo: Maksimovic torna da Ospina, e Ospina serve Demme nel cuore della pressione del Barça. Il tedesco avrebbe tutto il tempo per servire Manolas, sul lato debole del Barcellona.    



Ma controlla palla dalla parte sbagliata, tornando a giocare con Maksimovic. Ora però si aggiunge anche Busquets alla pressione, così dopo due passaggi il terzino Mario Rui (nell’angolo, non inquadrato) sarà costretto a calciare lungo, chiuso nella morsa blaugrana per una cattiva lettura del compagno centrocampista.